Blog di Dante Paolo Ferraris

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La città ducale di Modena

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ModenaMi si presenta una ghiotta occasione con il collega Flavio per fare una visita, benché molto breve, nella antica Mùtina dove posso passare alcune ore in questo antico nobile centro storico della Pianura Padana. La nostra visita sarà soltanto un rapido passaggio nella storia, visitando tutto ciò che è possibile visitare in poco tempo. Modena può sembrare una città come tante altre, se pensiamo alla sua nobile origine anche se dimessa. Eppure Modena raccoglie una bellezza particolare, fatta di piccole ma importanti storie. Ha la vivacità di una città universitaria alla quale si aggiunge la sontuosità delle sue chiese e dei palazzi nobiliari e con ciò dimostra un carattere tutt'altro che dimesso. Gli angoli di città presi uno ad uno, sono piccoli soggetti cinematografici che narrano da soli una lunga e intensa storia.
Le sue pietre raccontano le vicissitudini delle prime popolazioni Liguri, Celtiche ed Etrusche che l'hanno abitata, ma la sua fase storica principale arriva con l'insediamento romano, attestato lungo la via Emilia con l'abitato che prende il nome di Mùtina, toponimo forse connesso all'etrusco mutna/mutana: tomba.
Cicerone la definisce la "floridissima", e la sua descrizione la ritroviamo in tutti quei materiali lapidei riutilizzati per edificare il duomo e la torre della Ghirlandina. Sembra che Mùtina avesse la tradizionale forma quadrata degli insediamenti romani, avente la via Emilia appunto come cardo. Dopo un lungo abbandono per guerre e alluvioni da parte degli abitanti rifugiatisi nella vicina Cittanova (oggi frazione di Modena), la città lentamente risorge intorno all'episcopio, un edificio che era attestato sulla attuale Piazza Grande, dove anticamente vi era una necropoli nella quale erano state rinvenute le spoglie del santo patrono (S. Geminiano). Sulla stessa area venne edificata una prima chiesa, intorno alla quale lentamente si edificò la nuova città. Alla metà dell'XI secolo la prima chiesa venne sostituita da una più grande, ma che per le scarse capacità edilizie minacciò quasi subito di crollare, costringendo il popolo a costruirne una nuova. Era un periodo storico caratterizzato dalla lotta tra papato e impero per l'investitura dei vescovi e la città benché facesse parte dei domini della potente Matilde di Canossa, era saldamente governata dal potente vescovo Eriberto. Costui però fu scomunicato nel 1081 da Papa Gregorio VII, a causa delle simpatie manifestate nei confronti dell'antipapa Clemente III. La sede vescovile rimase così vacante per diversi anni per l'impossibilità di trovare un candidato che fosse gradito tanto al popolo quanto all'Imperatore. La Storia di Modena è racchiusa da sempre in vicende storiche che plasmano il carattere dei suoi abitanti.
Infatti il popolo modenese avvertiva la necessità di edificare una nuova chiesa, anzi una cattedrale, approfittò anche dell'assenza del vescovo, cosicché quando il il vescovo Dodone fu nominato, pur con qualche difficoltà nel 1100 da Papa Urbano II, trovò il cantiere già aperto e i lavori avviati.
La decisione assunta dal popolo modenese, in piena autonomia dai poteri ecclesiastici ed imperiali benché autorizzata dalla Contessa Matilde di Canossa, indica già da allora l'aspirazione all'autogoverno e alla libertà, divenendo il Duomo stesso una forma di rivendicazione, pur devota, allo strapotere sia ecclesiastico che imperiale che sfociò nel 1135 nella costituzione in libero comune.
Con Flavio, entrambi intirizziti dal freddo ci soffermiamo all'esterno dell'abside maggiore, ove su una lapide murata è riportata la data di fondazione della nuova cattedrale, 23 maggio 1099, e che indica anche il nome dell'architetto Lanfranco, noto per ingegno, dotto e esperto, direttore e maestro di questa costruzione. ingenio clarus...doctus et aptus...operis princeps huius rectorque magister.
Lanfranco venne a Modena accompagnato da un gruppo di valenti muratori e lapicidi comacini (cioè provenienti da una località sul lago di Como) e fu affiancato ben presto dallo scultore Willigelmo. Anche quest'ultimo è ricordato su una lapide murata sul lato opposto della chiesa.
Mentre Lanfranco iniziò la costruzione dall'abside, Willigelmo iniziò ad edificare la chiesa partendo dalla facciata.
Leggiamo con interesse che la doppia partenza dei lavori, confermata anche da una irregolarità, probabilmente dovuta ad errori di calcolo su quello che doveva essere il punto d'incontro, infatti sul lato meridionale, quello verso piazza Grande, la serie di loggette s'interrompe e vi si interpone una bifora con un arco cieco più basso e più stretto; si nota meno sul lato destro perché successivi restauri hanno mascherato l'irregolarità.
Nei secoli successivi, la cattedrale subisce delle trasformazioni, come il nascondere il tetto con capriate lignee con una volta a crociera, oppure la base dell'abside centrale ove è posta la cripta di San Geminiano che fu adornata con preziosi marmi. Fu rifatta l'urna funeraria assieme ad altri interventi, come l'abbassamento di una ventina di centimetri del pavimento per dare maggiore slancio interno alla chiesa e la costruzione di un passaggio sopraelevato per la sagrestia in uno stile che richiama il romanico, oltre che dipingere l'interno con affreschi che imitano i mosaici bizantini.
Solo nel 1936 furono ricostruite le guglie a loggetta che sovrastano i pilastri della facciata cadute per il terremoto del 1797 e mai ricollocate. Durante il 1944 la cattedrale fu parzialmente distrutta da un bombardamento e subito restaurata.
Ripetutamente ripercorriamo le tre navate nella sua lunghezza e non possiamo non soffermarci ad ammirare nel presbiterio la statua di San Geminiano nell'atto di salvare un bimbo caduto dalla Ghirlandina, acciuffandolo per i capelli. Al termine della navata insiste un bel pontile poggiante su sei colonne di cui quattro sostenute da leoni quasi sicuramente provenienti da antichi scavi di manufatti romani. Il pontile raccoglie magnifiche e snelle colonnine che circondano uno splendido crocifisso ligneo del 300 che pende dall'arco trionfale.
Anche nella cripta, posta sotto l'abside centrale, ci soffermiamo per diverso tempo ad ammirare quanto la devozione dei modenesi ha realizzato per il proprio Santo patrono. Un momento di devozione lo trovo quando di fronte mi ritrovo un polittico ligneo raffigurante l'incoronazione della Vergine, la crocifissione e i Santi. Tanto si potrebbe scrivere su questo gioiello di cattedrale, a cui i modenesi sono tanto devoti, così come per il grande affresco del 1470 circa, scoperto casualmente nel 1822 e danneggiato dai bombardamenti del 1944, raffigurante una Madonna aureolata tra i santi, con un bel giudizio universale rappresentato nella parte superiore, o per tante altre statue come quelle del presepe del 1527, affreschi, dipinti e pale importanti come la pala di San Sebastiano di Dosso Dossi.
Usciamo e ci soffermiamo sulla piccola piazzetta di acciottolato davanti alla cattedrale e mentre rimettiamo i guanti, visto il freddo gelido di una giornata dicembrina, ci guardiano tutto intorno e dapprima commentiamo la facciata della cattedrale.
Il suo portale maggiore è sovrastato da un protiro con un'edicola a botte sulla volta, anche il protiro è sorretto da due leoni stilofori.
Spiccano i quattro celebri pannelli, opera scultorea di Wiligelmo che decorano la facciata. Questi sono collocati sopra alle porte laterali e a fianco del portale maggiore e che raccontano la genesi. Un grande rosone centrale sovrasta le tre porte.
Di fronte a noi, oltre la strada, si trova il palazzo dell'Arcivescovado, primitivo nucleo medioevale. Torniamo in Piazza Grande, dopo aver visto Corso di Canal Chiaro, che corre sull'antico alveo di un canale ricoperto nel XV e XVI secolo, di cui conserva il sinuoso percorso, intorno al quale furono edificate in periodi diversi palazzi nobiliari e civili abitazioni.
Dalla piazza ammiriamo, per quanto possibile perché i lavori di restauro ne impediscono la vista, la porta dei Principi o del battesimo che come la porta maggiore è preceduta da un protiro sorretto da leoni stilofori, sormontato da un edicola. Un altra porta chiamata della Pescheria si apre sul lato opposto della cattedrale, con un protiro più piccolo dove nell'archivolto vi è un bellissimo ciclo bretone di re Artù.
Facciamo un ampio giro sotto il portico del Palazzo Comunale, mentre la poca gente che gira per la città si nasconde dietro ampie sciarpe che coprono il volto, solo gli occhi compaiono da sotto il cappello. Ci incuriosisce una grande pietra squadrata, di colore rosso, collocata nelle immediate vicinanze dei portici e chiamata "pietra ringadora", così detta per la sua funzione di arengario oltre che di pietra del vituperio, presso la quale nel medioevo si poneva alla berlina chi si era reso responsabile di fallimenti economici e perciò posta a ridosso dell'ingresso dell'antico palacium urbis, più volte rimaneggiato e ampliato nel corso dei secoli.
Al centro del palazzo domina la poderosa torre dell'orologio che pare osservare tutto ciò che accade nella sottostante Piazza Grande; sarebbe bello aver tempo e salire lo scalone a rampa unica che ti conduce all'interno del Palazzo così da poter ammirare le innumerevoli decorazioni delle sale come quella del fuoco e del vecchio consiglio, ma il tempo stringe e non possiamo permetterci questo ambiziosa visita. Una sosta però dobbiamo farla sotto la Ghirlandina, la torre alta 86,12 metri considerata il vero simbolo di Modena, ben visibile al viaggiatore che arrivi in città da qualunque punto cardinale. Questa è l'antica torre campanaria del duomo, ma prima ancora era punto d'avvistamento e difesa e prende il nome dalla ghirlanda marmorea che le cinge la cuspide, anch'essa rimaneggiata e alzata nel corso dei secoli. Sulla parte posteriore, verso la via Emilia, sono elencati tutti i partigiani uccisi durante la guerra di liberazione. Ci intratteniamo un attimo a leggere l'età di questi martiri che hanno perso la loro vita e la loro giovinezza per permetterci una vita migliore, liberi dalla oppressione nazifascista.
Uno sguardo attraverso la cancellata dell'ormai chiuso mercato coperto di via Albinelli, ubicato subito dopo la caratteristica piazza Marconi, un vero peccato perché è l'erede del tradizionale mercato Medioevale che ravvivava le strade e le piazze di Modena. Luca, un collega di lavoro della Provincia di Modena, benché originario della Versilia, mi aveva tanto raccomandato una visita al Mercato Albinelli, proprio perché custode dei più genuini valori della cucina modenese.
Percorriamo la via Emilia, protetti dai portici, fino a raggiungere la chiesa della Madonna del Voto che fu costruita per adempiere, appunto, al voto che i modenesi fecero nel 1630 in occasione della terribile peste di manzoniana memoria. Secondo i cronisti dell'epoca, il morbo causava fino a duecento morti al giorno. Ovviamente i modenesi andarono in contrasto con i desideri del Duca, il quale avrebbe voluto che la chiesa fosse eretta nelle vicinanze del Palazzo Ducale. L'edificio invece fu costruito presso le sedi storiche del potere civile e religioso. Davanti alla chiesa di San Giovanni Battista torniamo sui nostri passi; questo tempio è modesto, ma gradevole e ben proporzionato, edificato sul luogo di una chiesa preesistente, dedicata a San Michele e modificata nel Cinquecento. La chiesa attuale, costruita con un bellissimo cotto a vista, non è stato possibile visitarla in quanto in fase di allestimento un importante manifestazione di Amnesty International, dal titolo: sulla vita nelle carceri. Sulla via del ritorno attrae la nostra curiosità una riproduzione antica di un avviso alla cittadinanza in cui si vietava alle donne e ai fanciulli ad uscire di casa per evitare i contagio della pestilenza.
Le vetrine della via Emilia sono uguali ormai a tutte quelle delle altre città italiane, con grandi firme e grandi marchi che la fanno da padroni ormai in ogni città.
Dopo una rapida visita al corso di Canal Grande, una ampia ed elegante strada perpendicolare alla via Emilia, realizzata dopo la copertura dell'omonimo importante corso d'acqua utilizzato per il collegamenti commerciali con le altre cittadine modenesi: ora il corso accompagnato da quinte di palazzi nobiliari sei-settecenteschi, ripercorriamo i portici di via Farini fino a giungere a Largo San Giorgio antistante il palazzo ducale, fastoso nella sua mole poderosa di forma quadrata.
Il Palazzo Ducale di Modena è stato sede della Corte Estense tra il Seicento e l'Ottocento; successivamente, dall'unità d'Italia, il Palazzo ospita l'Accademia Militare di Modena.
Questo enorme Palazzo è una delle più importanti corti principesche del Seicento, edificato a partire dal 1634 sul sito di un più antico castello estense che nel medioevo era posto ai limiti della città, divenendone poi uno dei cuori pulsanti nei secoli successivi. È un'opera che rivela uno stile barocco solenne ed elegante.
Di fronte alla facciata del Palazzo, in Piazza Roma (già "Piazza Ducale" e poi "Reale"), è possibile osservare il Monumento in memoria di Ciro Menotti, il patriota che (forse in un primo momento appoggiato dallo stesso duca che poi lo fece arrestare e giustiziare) organizzò un'insurrezione liberale a Modena e in provincia nel 1831. La statua tiene in mano la bandiera e sembra guardare le finestre del Palazzo in cui il duca Francesco IV firmò la sua condanna a morte.
Occorre scaldarsi le ossa e non c'è nulla di meglio che un bar storico come quello sotto i portici di via Luigi Carlo Farini, proprio a ridosso della chiesa della Congregazione Del SS Redentore. Un punch al mandarino caldo per me e una fumante cioccolata calda per Flavio ci riscaldano dopo aver dato una sguardo ai giornali locali.
Diamo ancora uno sguardo rapido alle vetrine della "movida" lungo via Taglio, mentre l'illuminazione pubblica prende il posto del freddo sole che ci ha accompagnato durante la nostra fugace visita a Modena.