Blog di Dante Paolo Ferraris

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Chiaroscuri nella città eterna (I parte)

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RomaUn nuovo viaggio in treno, direzione Roma. Viaggio che avrei dovuto fare in simpatica compagnia e che invece, per motivi indipendenti dalla volontà del mio compagno d'avventura, realizzo in solitaria. Ciò mi porta ad adattare il programma turistico che avevamo organizzato, trasformandolo in un breve tour romano per vedere cose che non avevo mai visto oppure solo viste in forma fuggevole.
Mi fa sempre piacere tornare nella capitale d'Italia, la città non è solo uno scrigno di bellezze, ma anche di ricordi piacevoli e talvolta anche di memorie negative.
Il viaggio sul freccia bianca da Torino a Roma, è regolare e senza particolare problemi, ascolto curioso i discorsi dei viaggiatori che sono seduti sulle poltroncine poste di fianco alla mia, sono sempre discorsi ameni, spesso pettegolezzi e per ciò divertenti. La pletora di viaggiatori che compone la mia carrozza può essere tranquillamente trasferita in un atlante mondiale geografico-antropologico, gli abbigliamenti sono i più vari, i bagagli che si portano appresso sono tanto differenti quanto gli stessi proprietari. Se non ascolto i loro discorsi, leggo su internet diversi blog e notizie dei giornali online. Incredibile pensare che nel XXI secolo le gallerie ferroviarie italiane non siano ancora coperte da rete telefonica.
Arrivo a Roma in tarda serata, ormai è buio, raggiungo il mio albergo, che mi ospiterà per qualche notte. L'albergo è vicino a Porta Pia e sarà il mio luogo di partenza per le mie escursioni romane. L'albergo è posto al primo piano, di un ottocentesco palazzo, ovviamente l'ascensore non funziona e le scale non sono molto larghe e per un viandante con bagagli voluminosi sarebbe molto scomodo. Le scale sono ricoperte di un antica moquette, scura, l'età e lo sporco evidenziano la vetusta della struttura. Per fortuna l'albergo è luminoso e se anche l'arredamento è semplice ed essenziale, risulta nel complesso di aspetto gradevole. La reception non è molto grande ma è accogliente ed eccezione fatta per una strana banconista che ho trovato un paio di volte, una ragazza giovane piccola, minuta, dal volto quasi scarnificata ma corrugato e bagnato dalle lacrime mentre è impegnata a guardare delle soap televisive, ho trovato sempre un eccellente servizio.
La camera è grande, doveva ospitare due persone, starò più largo nel periodo di permanenza romana. La finestra si affaccia sulla via principale e sotto ci sono alcuni ristoranti tipici con dehor. Il bagno, piccolo e pulito, non ha finestre e il ricircolo d'aria è garantito da una molesta ventola che si attiva appena accendi la luce. L'unica cosa che mi infastidisce è la tenda che chiude la doccia, la trovo antigenica, questa inoltre è vecchia e nemmeno tanto pulita. La serata si conclude con una cena e una passeggiata con un amico torinese che casualmente si trova a Roma per motivi di lavoro.
Il mio tempo lo dedico principalmente alla scoperta di quei monumenti, che pur importanti, sono oggetto di una minore attenzione. È mia intenzione raccogliere il più possibile informazioni sugli obelischi che sono esposti in luogo pubblico ed aperto (per Roma capitale), facendo altresì sosta in alcune chiese o altri luoghi pubblici che mi hanno sempre incuriosito. Non seguirò un percorso predeterminato, ma semplicemente sarà il cuore che guiderà su ciò che occhi vedono.
Munito di macchina fotografica, piccola cartina del centro città che l'albergo mi ha donato, inizio ad aggirarmi per la città capitale. Mi doto semplicemente di scarpe appropriate, leggere per un lungo passeggio, un giubbottino antipioggia che non ingombri e stia comodamente nella tracolla, un piccolo taccuino, biro e matita.
Uno dei luoghi che ho sempre apprezzato, oggetto di mie ripetute visite è la chiesa di S. Maria della Vittoria. La facciata della chiesa in travertino fu costruita nel 1626 su disegno di G. Battista Soria e a spese del Card. Scipione Borghese, in cambio del dono fattogli dai Carmelitani della statua dell'Ermafrodito dormiente, rinvenuta nel 1608 durante gli scavi delle fondamenta della chiesa. La breve scalinata di travertino è consumata dai frequenti passaggi dei visitatori che accedono a una delle chiese più belle di Roma.
La chiesa fu costruita dai Carmelitani scalzi fra il 1608 e il 1620, ed inizialmente era intitolata alla Conversione di San Paolo poi mutuata nell'attuale suo titolo in seguito alla vittoria riportata dall'esercito cattolico nella battaglia della Montagna bianca presso Praga (8 novembre 1620), attribuita, alla protezione della Madonna. Si racconta infatti che nel momento in cui si stava profilando la sconfitta dei cattolici, intervenne nel battaglia il Ven. P. Domenico di Gesù e Maria, carmelitano scalzo, cappellano generale dell'esercito. Costui portava appesa al collo una immagine rappresentante "Maria in adorazione del Bambino" che aveva trovato e raccolto con evidenti segni di sfregio, nel castello di Strakonitz, essendo stati bucati gli occhi a tutte le figure eccetto quelli del Bambino. Dall'immagine furono viste uscire vivissimi raggi di luce che abbagliarono gli avversari, costringendoli a una caotica fuga. L'8 maggio 1622, l'immagine fu solennemente trasportata e intronizzata in questa chiesa, che da allora si chiamò di S. Maria della Vittoria.
L'interno della chiesa, ad una sola navata è a croce latina, inizialmente aveva uno stile molto semplice, quello voluto dalla Riforma dell'Ordine dei Padri Carmelitani scalzi, che ancora oggi la reggono, ma più volte il suo interno fu rimaneggiato per dar degna cornice allo straordinario evento dell'intronizzazione del quadro raffigurante la Madonna con bambino. Molti principi e corti europee impreziosirono la chiesa, fino a trasformarla del tutto, con ampi e voluminosi stucchi sulla cupola, all'abside che sono ampiamente e magnificamente dipinte. Le cappelle contengono preziosi affreschi e sculture, un vero piccolo scrigno.
Entro silenziosamente, inginocchiati sulle bancate, intenti a pregare, trovo alcuni uomini, che dall'abbigliamento posso comprendere possano essere degli impiegati che lavorino nei vicini ministeri. Un gruppo di turisti con la guida si accalca davanti ad un importante gruppo marmoreo, oggetto di mia particolare attenzione. Sfrutto questa piccola e silenziosa ressa per ammirare le altre opere d'arte poste nelle diverse cappelle, in particolare la Cappella di Santa Teresa del Bambino Gesù e del Volto Sacro dove sull'altare è posta una tela raffigurante la Santa delle rose, del pittore G. Szoldatics del 1926. È invece di Domenico Zampieri, detto il Domenichino, la bellissima pala con la "Vergine che offre il Bambino a San Francesco", gli affreschi laterali: "San Francesco che riceve le stimmate" e "San Francesco in estasi" sono dello stesso autore e compongono la Cappella dedicata a San Francesco d'Assisi. Nella cappella del Carmine lo splendido gruppo marmoreo "La Madonna del Carmine dona lo scapolare a S. Simone Stock", del Balzico (1825-1901). Mentre mi soffermo ad apprezzare questa splendida opera d'arte, altri pellegrini sono entrati in chiesa per pregare, ma anche altri turisti, dotati di macchine fotografiche che hanno sostituito il gruppo che in precedenza si accalcava davanti alla Cappella di Santa Teresa.
Nella cappella dedicata a Sant'Andrea, trovo una bellissima tela posta sull'Altare a rappresentare il "Martirio di S. Andrea Apostolo", dipinta da un anonimo ma di altissimo pregio artistico. Proseguo verso la Cappella di San Giovanni della Croce, dove sull'altare, una tela raffigura "Gesù appare al santo", di Nicolas Lorrain, autore anche delle due tele laterali con episodi della vita del Santo. Bellissimo il finissimo intarsio nel paliotto e le due colonne di diaspro di Sicilia che compongono la cappella.
La cappella della santissima Trinità è semplicemente fantastica e pensare che nessuno si ferma ad ammirare questa tela posta sull'altare raffigurante "La Santissima Trinità" del Guercino (Giovanni Francesco Barbieri 1591-1666). La cappella raccoglie una ricca varietà di pietre preziose e il suo paliotto e cosparso di splendidi intarsi di pietre e madreperle.
Da sole queste opere d'arte, trasformano la chiesa in un museo, ma finalmente posso fermarmi ad ammirare la Cappella di Santa Teresa di Gesù che è il vero gioiello della chiesa,una scultura marmorea, capolavoro dell'arte barocca di Gian Lorenzo Bernini, conosciuta come "l'estasi di S. Teresa d'Avila", opera tra le più alte della scultura di tutti i tempi. La cappella è realizzata in uno spazio ovale, da cui la luce naturale scende da una finestra posta sul soffitto, creando un effetto soprannaturale quando il sole è alto in cielo. L'intero complesso sembra così una sorta di palco teatrale, dove dai palchetti laterali del gruppo statuario si affacciano sette cardinali e un doge della famiglia Cornaro, essendo l'opera voluta dal Cardinale veneziano Federico Cornèr (o Cornaro) tra il 1644 e il 1652. L'Angelo che trafigge il cuore di Santa Teresa con un freccia è illuminato oltre che dalla luce che cade dall'alto, dai riflessi dei raggi metallici dorati posti sullo sfondo che come riflettori conferiscono un senso realistico alla scena. Il fascio di luce che così scende sul gruppo marmoreo, rende l'immagine del monumento instabile e transitoria ed in tal modo rafforza la sensazione di improvvisazione dell'evento.
Il Bernini, dimostra una grande capacità di modellare il marmo come fosse cera, l'estrema attenzione ai particolari, la dolcezza dei lineamenti, sono amplificati, dalla luce stessa del duro marmo che si trasforma idealmente in vaporosa nella veste della santa. La veste che viene lasciata cadere in modo scompigliato sul corpo, come se fosse reale in un ensemble di virtuosismo, dove il marmo pare perdere ogni rigidezza nella rappresentazione del movimento. Ernst Gombrich (storico dell'arte austriaco naturalizzato britannico). cosi lo descrisse: «Perfino il trattamento del drappeggio è, in Bernini, interamente nuovo. Invece di farlo ricadere con le pieghe dignitose della maniera classica, egli le fa contorte e vorticose per accentuare l'effetto drammatico e dinamico dell'insieme. Ben presto tutta l'Europa lo imitò».
La sua elegante cappella barocca, realizzata con marmi policromi pare lo scenario di una macchina da teatro nascosta, che voglia innalzare su una nuvola, verso il cielo il corpo della santa.
Sul piano iconografico il gruppo marmoreo dell'Estasi di Santa Teresa è ispirato agli scritti della santa, (Santa Teresa d'Avila, Autobiografia, XXIX, 13), in cui ella descrive una delle sue numerose esperienze di rapimento celeste: «Un giorno mi apparve un angelo bello oltre ogni misura. Vidi nella sua mano una lunga lancia alla cui estremità sembrava esserci una punta di fuoco. Questa parve colpirmi più volte nel cuore, tanto da penetrare dentro di me. II dolore era così reale che gemetti più volte ad alta voce, però era tanto dolce che non potevo desiderare di esserne liberata. Nessuna gioia terrena può dare un simile appagamento. Quando l'angelo estrasse la sua lancia, rimasi con un grande amore per Dio».
La narrazione pare essere presa quasi alla lettera da Bernini, che riproduce il corpo esanime e abbandonato della santa con il suo volto serafico, gli occhi socchiusi rivolti al cielo e le labbra che pare si aprano leggermente per emettere un gemito, l'Angelo forse un cherubino è presentato con l'aspetto di brioso fanciullo, con nella mano destra il dardo, simbolo dell'Amore di Dio mentre scosta le vesti della santa per colpirla nel cuore. Il suo sguardo esprime gioia, su un viso dolce, con occhi profondi, un naso fine un leggero sorriso dalla capigliatura folta e mossa. Una pudica e lunga veste ricopre il suo corpo fanciullesco, mentre le sue ali sono aperte come per prendere il volo.
Il gruppo scultoreo dell'Estasi di Santa Teresa è anche il monumento più amato dal mio amico Roberto, che spesso quando si allontana da Torino e viene a Roma per motivi di lavoro, cerca sempre di fare una visita a questa magnifica opera d'arte.
Di fronte all'opera d'arte del Bernini, una non meno bella opera scultorea di Domenico Guidi (1625-1701) il "Il sogno di San Giuseppe", opera non priva di pregi, raccolte nella Cappella di San Giuseppe. Sotto quest'ultimo altare vi è il simulacro e reliquie di Santa Vittoria, vergine e martire romana.
Tutto ciò, nonostante che il 10 febbraio 1798 le truppe di Napoleone, guidate dal generale Louis-Alexandre Berthier, invasero Roma dando inizio all'occupazione francese della città, entrando da via Piana, ora via XX settembre, devastando la chiesa e l'annesso convento.
Abbandono questa chiesa barocca per affrontare altri ed interessanti visite in una Roma sempre affascinante.
Lasciata la chiesa mi appoggio per un attimo alla balaustra della Fontana, o Mostra dell'Acqua Felice o anche Fontana del Mosè, situata all'angolo davanti alla chiesa stessa. La bellissima fontana passa quasi ignorata davanti agli occhi del turista che è confuso dalle tante cose belle da guardare. Sebbene l'opera non fosse ancora completata, fu inaugurata il 15 giugno 1587. Il monumento che racchiude la fontana ha tre fornici o nicchioni, suddivisi da quattro colonne ioniche realizzate in due di marmi diversi, con ai piedi quattro leoni stilizzati all'egiziana che gettano acqua dalla bocca nelle tre vasche rettangolari adiacenti. Quattro colonne reggono l'architrave su cui posa un grande attico con una prosaica scritta autocommemorativa: «Papa Sisto V piceno, dall'agro Colonna sulla sinistra della via Prenestina, raccolse l'acqua da molte sorgenti dal ventesimo al ventunesimo miglio, per un condotto sinuoso e lo chiamò Felice dal nome avuto prima di divenire pontefice». Al di sopra del quale troneggia lo stemma papale fiancheggiato da due angeli,. Alle estremità laterali dello stemma sono presenti due obelischi, aggiunti successivamente alla fontana.
Le dimensioni, di questa parte superiore della costruzione anche agli occhi meno attenti e non esperti appaiono sproporzionate. Infatti l'altezza dell'attico con quella dell'edicola con lo stemma papale, è pari o superiore alla metà dell'intera infrastruttura. A protezione della vasche è posta una balaustra in travertino.
Gran parte del marmo travertino proviene dalle vicine Terme di Diocleziano, "saccheggiate" per l'occasione; i leoni originali, due di porfido e due di marmo chiaro, provengono i primi dal Pantheon i secondi dall'ingresso centrale della basilica di San Giovanni in Laterano, dove sostenevano le colonne a fianco della porta. Fortunatamente durante il pontificato di papa Gregorio XVI (1831 - 1846) furono trasferiti nei Musei Vaticani e sostituiti da copie
Nel nicchione centrale è raffigurato Mosè che indica le acque miracolose che scaturiscono dalla roccia, realizzata almeno parzialmente da Prospero Antichi, detto il Bresciano su cui si narra con la falsa leggenda che, a causa della vergogna da lui provata per la bruttezza della statua, si sarebbe suicidato. In effetti la statua appare tozza e grossolana, lontano dai modelli michelangioleschi, tanto da essere battezzata dai romani il "Mosè ridicolo" ed essere oggetto di pasquinate quali:
Guardo con occhio torvo
l'acqua che sgorga ai pié
pensando inorridito
al danno che a lui fe'
uno scultor stordito

un'altra dice:
È buona l'acqua fresca e la fontana è bella
Con quel mostro di sopra però non è più quella
O tu, Sisto, che tanto tieni alla tua parola
Il nuovo Michelangelo impicca per la gola

Faccio inoltre notare anche l'anacronismo di un Mosè che tiene in mano le Tavole della Legge, che non aveva ancora ricevuto all'epoca del miracolo delle acque.
Nelle nicchie laterali sono due altorilievi, raffiguranti episodi biblici connessi con l'acqua: a sinistra l'Aronne guida il popolo ebreo all'acqua scaturita dal deserto, e a destra il Gedeone sceglie i soldati osservando il loro modo di bere.
L'imponente costruzione è sicuramente disarmonica e sproporzionata, raccoglie una miscellanea di stili tra loro differenti e la statua del Mosè appare addirittura grottesca, la stessa da lontano sembra addirittura cornuta, quasi fosse un diavolo. Comunque sia, ritengo questa curiosa fontana, proprio per queste sue particolarità sia degna di interesse.
Proseguo la mia passeggiata per le vie romane, per raggiungere il mio primo obelisco, oggetto del mio tour, spero solo di non incontrare per la strada John Milton, il celebre avvocato Newyorchese che si è da poco trasferito a Roma, attratto da una città eterna, nata, secondo le leggende dall'assassinio di Remo. Leggende che rendiamo edificanti nelle varie versioni, ma che come sfondo hanno omicidi, furti, stupri. Vi racconto la versione, da me più accreditata e che a mio parere ha richiamato l'attenzione di John Milton:
Secondo Plutarco nella "Vita di Romolo". Re Tarchezio di Alba Longa (Antico centro laziale che venne distrutta da Roma sotto il re Tullo Ostilio, dopo l'anno 673 a.C), descritto come uomo assai crudele che non aveva eredi maschi per succedergli al trono, assiste ad uno strano evento che gli indovini etruschi, definiscono nello spirito di Marte (divinità) che è irato con il re perché non gli ha generato un successore, fa apparire nella casa del re, un enorme membro virile. Il re per accontentare la divinità, dovrà fornirgli una vergine, sua figlia. La figlia si rifiuta di soddisfare il padre e le voglie di Marte e si fa sostituire da una schiava. Nove mesi dopo questo surreale incontro, la schiava dà alla luce due bambini gemelli. Il re ordina di uccidere i due bambini, ma anziché essere uccisi vengono abbandonati sulla riva del Tevere. Le acque, come a Mosè, si ritirano e non annegano i gemelli, inoltre una lupa, scesa ad abbeverarsi offre le sue mammelle per alimentare i bambini. Tito Livio, nella sua storia di Roma, insinua il dubbio che non si trattasse di una Lupa ma di una certa Larenzia che era chiamata "lupa" cioè prostituta. I due fanciulli crescono e Remo appare più forte e risoluto, Romolo più debole fisicamente ma più scaltro. Arrivando al momento della fondazione della città, Tito Livio ci racconta «Siccome erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli dei che proteggevano quei luoghi indicare, attraverso gli auspici, chi avessero scelto per dare il nome alla nuova città e chi vi dovesse regnare dopo la fondazione. Così, per interpretare i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l'Aventino. Il primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo. Dal momento che a Romolo ne erano apparsi il doppio quando ormai il presagio era stato annunciato, i rispettivi gruppi avevano proclamato re l'uno e l'altro contemporaneamente. Gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti. Ne nacque una discussione e dal rabbioso scontro a parole si passò al sangue: Remo, colpito nella mischia, cadde a terra. È più nota la versione secondo la quale Remo, per prendere in giro il fratello, avrebbe scavalcato le mura appena erette (forse il pomerium, il solco sacro) e quindi Romolo, al colmo dell'ira, l'avrebbe ammazzato aggiungendo queste parole di sfida: "Così, d'ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura". In questo modo Romolo s'impossessò da solo del potere e la città appena fondata prese il nome del suo fondatore». Un'altra versione, afferma che Romolo utilizzo un sicario per uccidere Remo e che dopo la sua morte avrebbe gridato "Sic deinde, quicumque alius transiliet moenia mea!" Lo stesso accadrà a chiunque osi oltrepassare le mie mura. Comunque sia, sempre di un assassinio si è trattato e già basterebbe all'eterno John Milton a voler insediarsi in Roma. Inoltre, una volta creata la città c'era però il problema di popolarla: Romolo raccolse a se i pastori dalle zone circostanti, ma anche sbandati e ladri cacciati dagli altri villaggi, gli mancavano però le donne.
Il primo re organizzo una festa, alla quale invitò i Sabini, con mogli e figlie e mentre la festa si svolgeva fra canti e danze, i romani rapirono le donne sabine e con le armi misero in fuga i sabini uomini. Questi ultimi ritornarono, guidati da Tito Tazio, re della tribù sabina dei curiti, con l'intento di vendicarsi dell'affronto ricevuto. Una fanciulla, dal nome Tarpea, per aprire loro le porte della città chiese in cambio i bracciali d'oro che i sabini portavano sul braccio, pagò immediatamente la sua richiesta con una morte atroce, schiacciata dagli scudi dei sabini. Le future generazioni daranno il suo nome a una rupe (rupe tarpea), dalla quale diverrà consuetudine gettare i condannati a morte in particolare i traditori. Penetrati in città, i sabini si scontrarono con i romani; ma appena iniziò il combattimento, le donne rapite chiesero ed ottennero un armistizio. Infatti molto fanciulle si erano innamorate e avevano sposato i romani e non potevano accettare che i loro padri e fratelli combattessero contro i propri mariti.
E così Romolo e Tito Tazio regnarono in pace e Sabini e Romani si fusero in un solo popolo.
Dal nome della tribù di Tito Tazio, quella dei Curiti, derivò poi ai Romani l'appellativo di Quiriti.
Questo racconto di stupri, furti, omicidi, ricatti è sicuramente l'ambiente giusto, per ospitare un personaggio inquietante, ma anche pieno di fascino come John Milton, satana nel film "The Devil's Advocate".



Fine I parte.