Blog di Dante Paolo Ferraris

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Un'estemporanea in tre santuari torinesi

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Tre santuari torinesiLa giornata si presenta serena, con il sole già alto in cielo e un leggero venticello che la rende meno afosa permettendoci una piccola ma interessante gita. Con Matteo mi reco alla stazione ferroviaria per prendere il primo treno utile per Torino.
Da tempo volevamo andare a visitare tre importanti santuari torinesi. Non siamo colti da misticismo, ma da senso di rispetto e curiosità e poi non in tutti i santuari si va a pregare.
A Matteo il viaggio in treno proprio non piace, il teletrasporto, se esistesse, sarebbe il suo mezzo di trasporto preferito.
La nostra prima meta, dopo poco più di un oretta di viaggio, si trova nel quartiere di Borgo Nuovo.
La chiesa, a ridosso dei Giardini Cavour e dell'aiuola Balbo, venne realizzata in gusto tardo-neoclassico fra il 1845 e il 1853 su sollecitazione degli abitanti del nuovo quartiere. Fu realizzata da Carlo Sada su disegno di Giuseppe Leoni.
La piazzetta antistante il maestoso edificio che riempie da solo un intera isola, è sede di piccole botteghe di antiquariato che fanno cornice alla piazzetta, dove l'antico selciato in pietra è illuminato da caratteristici lampioni.
Anche se entrambi alziamo lo sguardo, non riusciamo a vedere la cima della grande costruzione. Una breve gradinata ci conduce sotto la facciata neoclassica che espone un pronao tetrastilo corinzio con le statue in marmo dei Quattro evangelisti donate da Re Carlo Alberto; altre semicolonne, anch'esse in stile corinzio, caratterizzano i fronti laterali.
La chiesa di San Massimo rappresenta uno dei più interessanti esempi di "classicismo carloalbertino" torinese, realizzato però già in un periodo eclettico.
Il progetto della chiesa di San Massimo, prevista nel piano per l'ampliamento dei viali di passeggio della contrada di Borgo Nuovo, cominciò a prendere corpo una volta accolte le volontà dei residenti ma fu un regio biglietto a stabilire la necessità della costruzione di una parrocchia che integrasse quella troppo lontana della Madonna degli Angeli. Il terreno per la costruzione del nuovo tempio venne offerto dal Comune assieme ad un contributo di 60 mila lire che si unì a quello di 90 mila elargito da re Carlo Alberto (1798-1849). Il Progetto di Carlo Sada vinse un concorso di architettura, dove venne richiesta la realizzazione di un edificio isolato su quattro lati, maestoso ma lontano da ogni idea di lusso. L'edificio presenta elementi che richiamano un impianto a croce greca, benché sia sviluppato longitudinalmente ed il campanile sia posto in posizione centrale in corrispondenza dell'abside.
Entriamo silenziosamente, non vi è nessun pellegrino né visitatore in questa chiesa che amo particolarmente e nella quale quando posso mi rifugio. Matteo è particolarmente interessato alla storia di San Massimo, primo vescovo di Torino.
All'interno, la navata unica è coperta da una volta a botte cassettonata, interrotta sulla mezzeria da una cupola poggiata su un alto tamburo colonnato su entrambi i lati. La slanciata cupola di 45 metri di altezza è stata affrescata all'interno da Paolo Emilio Morgari (1815-1882) raffigurando Dio Padre in gloria e gli Angeli ed ornata all'esterno con otto statue dei profeti, opere di Giovanni Albertoni (1806-1887), Silvestro Simonetta (1812- 1875), Giuseppe Raimondi e Giuseppe Dini (1820-1890). Nei pennacchi Francesco Gonin (1808 -1889) ha dipinto i Padri della chiesa. La parete absidale, sempre opera di Francesco Gonin, rappresenta San Massimo mentre predica ai Torinesi incitandoli a difendersi da Attila.
Matteo vaga per la chiesa, soffermandosi su tutto ciò che ricorda S. Massimo mentre io mi soffermo, come sempre, davanti alla Pietà nella cappella di San Giuda Taddeo, opera dello scultore ligure Salvatore Revelli (1816 - 1859) e donata dal duca di Genova, Ferdinando (1822-1855).
È la cappella che mi richiama più soventemente, proprio perché dedicata a San Giuda Taddeo che fu uno degli apostoli di Gesù e primo Catholicos di tutti gli Armeni, da non confondere con Giuda Iscariota che tradì Gesù.
Ci sono informazioni che riguardano questo apostolo e tutte fanno riferimento al Nuovo Testamento. Gli sono attribuiti la canonica Lettera di Giuda, ritenuta pseudoepigrafica dagli studiosi, e l'apocrifo Vangelo di Taddeo. Nella lettera si presenta come fratello di Giacomo il Minore; se ciò fosse vero, era figlio di Maria di Cleofa (una delle Tre Marie presenti sotto la croce) e di Alfeo, che probabilmente era fratello di Giuseppe; quindi potrebbe essere cugino di Gesù.
Viene considerato, per antichissima tradizione, patrocinatore dei casi disperati e grande taumaturgo ed è quindi a lui che vanno rivolte molte preghiere.
Mentre Matteo si sofferma davanti ad una bella statua lignea raffigurante San Massimo, io mi soffermo invece ad osservare le lunette delle cappelle laterali con S. Anselmo di Aosta morente a destra e S. Bernardo di Mentone che fonda l'ospizio del Monte Pennino a sinistra. La lunetta sopra il portale invece rappresenta S. Epifanio e S. Vittore vescovo di Torino che traggono in salvo i prigionieri liguri e piemontesi catturati nel 490 combattendo contro Odoacre. A sinistra nel battistero c'è la cosiddetta pala della Natività della Vergine del Legnanino del 1707, realizzata da Cesare Reduzzi e commissionata dalla municipalità torinese a ricordo della vittoria sui francesi nella battaglia di Torino del 1706, donata alla chiesa nel 1853.
Dopo essersi trattenuti in un momento di raccoglimento anche davanti alla statua lignea di San Pio da Pietrelcina, lasciamo il tempioe mi sovviene la storia di San Massimo di Torino conosciuto anche come Massimo I, considerato il primo vescovo di Torino di cui si conosca il nome anche se di lui si hanno scarse notizie. Nato certamente nel IV secolo in una non nota provincia settentrionale italiana dell'impero romano, viene considerato il fondatore della Archidiocesis Taurinensis. Fu discepolo di Sant'Eusebio di Vercelli e di Sant'Ambrogio da Milano e guidò la diocesi della allora Julia Augusta Taurinorum tra il 390 e il 420, proprio nel difficile periodo delle invasioni barbariche.
È soprattutto noto il suo impegno nella lotta contro la pratica della simonìa e del paganesimo. Fu lui a far erigere, probabilmente sui resti di un precedente tempio pagano, una piccola chiesa dedicata a Sant'Andrea dai cui resti, nel XII secolo, sorse la celebre chiesa della Consolata.
Massimo venne inoltre conosciuto sopratutto per i suoi numerosi sermoni e per le sue omelie, nelle quali fece frequenti accenni ai primi martiri di Torino, i santi Avventore, Ottavio e Solutore le cui reliquie sono conservate a Torino.
Alcune sue reliquie sono conservate nella basilica di San Massimo a Collegno, alle porte di Torino, in una delle più antiche chiese cristiane del Piemonte e che, molto probabilmente, fu sede vescovile dello stesso Massimo.
È importante sapere che nell'inverno 1943-1944 il parroco della chiesa di San Massimo, Pompeo Borghezio, vi accolse riunioni del Comitato di liberazione nazionale e sempre durante la guerra lo stesso parroco aiutò ebrei e partigiani ospitando nel marzo del 1945 un apparecchio radiotrasmittente per fornire informazioni agli alleati.
Durante la seconda guerra mondiale la chiesa fu colpita da un primo bombardamento l'8 dicembre del 1942 con bombe incendiarie, mentre durante la notte del 13 luglio del 1943 con bombe dirompenti.
I danni dei bombardamenti, entrambi effettuati dalla RAF con bombe di elevato potenziale, riguardarono la scalinata, il sagrato della chiesa e parte della navata centrale.
Matteo è soddisfatto di questa seppur fugace visita alla chiesa di San Massimo che racchiude la storia della città e del suo primo Vescovo. Con passo celere attraversiamo i Giardini dei Ripari verso la nostra seconda meta, un nuovo santuario, questa volta laico.
Raggiungiamo così, dopo aver fatto una breve sosta per un caffè ristoratore, la Mole Antonelliana, monumento simbolo della città di Torino. Situata nel centro storico, quasi a ridosso del quartiere Vanchiglia, La Mole prende il nome dall'architetto che la ideò, Alessandro Antonelli. Con i suoi 167,5 metri è altezza, è attualmente ancora l'edificio più elevato di Torino ma sarà prossimamente superata dal Grattacielo Intesa Sanpaolo in costruzione e dal Grattacielo della Regione Piemonte.
Questo edificio fu per molto tempo la costruzione in muratura più alta d'Europa, anche se importanti ristrutturazioni ne rinforzarono la struttura con cemento armato e travi d'acciaio, per cui non può più considerarsi una struttura esclusivamente in muratura.
La forma del monumento è singolare ed unica, particolarmente azzardata per l'architettura ottocentesca. La parte inferiore è a base quadrata di forma piramidale e sopra di essa si innalza una grande cupola anch'essa quadrata e curva, mentre al di sopra della cupola vi è un piano aggiuntivo colonnato (il cosiddetto Tempietto) e una alta guglia o cuspide.
Prima di accedere al suo interno la contempliamo in tutta la sua maestosità. Benché l'ingresso della struttura abbia un bellissimo pronao a colonne in stile neoclassico, l'accesso al Museo è ricavato in un'apertura sotto al pronao stesso.
L'edificio è un bizzarro tentativo di mediare tra le forme neoclassiche e neogotiche e le innovazioni tecnologiche che lo stesso Antonelli sperimentò attraverso l'impiego del ferro.
La costruzione della Mole ebbe inizio nel 1862, dopo che nel 1848, con la promulgazione dello Statuto Albertino da parte di Carlo Alberto fu concessa la libertà ufficiale di culto alle religioni non cattoliche. La comunità ebraica torinese volle erigere un nuovo tempio con annessa scuola e a tal fine acquistò il terreno nella zona chiamata all'epoca "contrada del cannon d'oro" (oggi via Montebello).
Il progetto originale, scelto dalla comunità ebraica, prevedeva un edificio alto 47 metri. L'architetto Antonelli propose una serie di modifiche che prevedevano l'innalzamento della costruzione a 113 metri. Tali modifiche portarono però all'allungamento dei tempi di costruzione e ovviamente alla lievitazione dei costi, tanto che nel 1869, per mancanza di fondi, la comunità ebraica fece terminare i lavori con un tetto piatto provvisorio a circa 70 metri di altezza.
La costruzione fu da subito soggetta a problemi strutturali, sia dovuti alla grande superficie della base che dovette essere ridotta per il notevole peso che avrebbe dovuto sopportare. Inoltre sul terreno di Via Montebello in cui fu edificata, vi era un antico bastione delle mura della città, fatto demolire per ordine di Napoleone Bonaparte all'inizio dell'Ottocento. La demolizione e i materiali di risulta resero quindi il terreno instabile. L'architetto Antonelli, in pieno avanzamento lavori, per evitare danni e porre rimedio al problema concepì un sistema di catene di contenimento, tiranti in ferro oltre ad un astuto intreccio di archi in mattoni.
La comunità israelita nel 1873, delusa, barattò l'opera dell'Antonelli con il Comune di Torino, che cedette ad essa il terreno in quartiere San Salvario per costruire l'attuale sinagoga.
Il Comune si fece carico dei costi di ultimazione della Mole, pari a circa 40.000 lire di allora, per dedicarla al re d'Italia Vittorio Emanuele II. Alessandro Antonelli riprese i lavori nel 1873, con continue modifiche in corso d'opera volendosi ispirare ad un'altra sua importante opera, la Basilica di San Gaudenzio, simbolo di Novara. Portò l'altezza complessiva fino a fino 163,35 metri e con la statua del genio alato, posta successivamente, le fece raggiungere i 167,5 metri, facendola diventare così l'edificio in muratura più alto del mondo, primato mantenuto per diversi anni e per tal motivo fu chiamata Mole.
Il 23 febbraio 1887, una scossa di terremoto, sebbene di lieve entità, creò nuovi problemi strutturali che costrinsero nuove modifiche strutturali durante la fase sua finale di costruzione.
La Mole fu inaugurata il 10 aprile 1889, con la posa sulla guglia di una statua raffigurante un grande genio alato con una stella sulla testa, di color oro, alto complessivamente circa 4 metri; i torinesi identificarono il genio con un "angelo", portando l'altezza complessiva della Mole a 167,5 metri.
Una volta inaugurata, la Mole divenne la sede del Museo del Risorgimento e fu anche una delle prime costruzioni ad essere illuminata attraverso lampade a gas.
La Mole visse un ulteriore momento drammatico quando probabilmente un fulmine, l'11 agosto 1904, colpì la statua del genio alato che venne abbattuta dal conseguente nubifragio. Il genio rimase prodigiosamente in bilico sul terrazzino sottostante; la statua è visibile all'interno della Mole ed ancora oggi viene regolarmente scambiata per quella di un angelo. Al posto del genio alato, fu posta una stella a cinque punte.
Quando il Museo del Risorgimento fu trasferito a Palazzo Carignano nel 1938, la Mole fu usata solo come sede di mostre estemporanee. I bombardamenti su Torino durante la seconda guerra mondiale miracolosamente non crearono danni alla Mole, nemmeno quelli del 6 dicembre 1942 che colpirono molti obiettivi militari nella vicina via Verdi e che distrussero l'antistante sede dell'Auditorium della RAI e il Teatro di Torino.
Il 23 maggio 1953 un altro violentissimo nubifragio, seguito da una tromba d'aria, spezzò e fece precipitare un troncone di ben 47 metri della guglia nel piccolo giardino sottostante della sede RAI, ma senza provocare danni alle persone. La guglia fu rapidamente ricostruita e lo scheletro fu rinforzato in metallo e rivestito in pietra. La stella a cinque punte fu sostituta da una tridimensionale a 12 punte.
Nel 1964 fu costruito il primo ascensore per turisti per giungere fino il Tempietto, dal quale si gode tutta la vista panoramica sui quattro punti cardinali, nostro primo obiettivo nella visita alla mole.
Dopo aver pagato un esoso biglietto saliamo su un moderno ascensore panoramico, gestito dalla GTT, entrato in funzione nel 2000 e dotato di pareti laterali totalmente trasparenti in cristallo antisfondamento. Anche se la corsa della cabina si compie in circa 1 minuto, il panorama sulla grande sala della Mole fa correre i brividi lungo la schiena e osservando la cupola della mole dall'interno ci si rende conto delle difficoltà che le manovalanze dell'epoca dovettero affrontare per realizzare l'edificio. L'ascensore arriva al primo livello terrazzato, a 85 metri, il famoso Tempietto. Questo è di forma quadrata, sorretto da due ordini di 21 colonne ciascuno, ed è disposto su due piani ma noi possiamo accedere solo a quello più basso. Il resto della guglia, inaccessibile ai turisti e termina con un susseguirsi di terrazzini.
Nel 2011, in occasione del centocinquantenario dell'Unità d'Italia, è stato posto un tricolore italiano illuminato costituito da tre quadrati bianco-rosso- verdi asimmetrici tutto intorno, immediatamente sopra al Tempietto divenuto presto simbolo dell'anniversario dell'unità nazionale.
Ci soffermiamo per lungo tempo sul terrazzamento, ad ammirare una Torino a 360° vista dall'alto, cercando di identificare, strade, piazze e monumenti storici della prima capitale d'Italia. Nonostante la giornata sia splendida, una leggera foschia non ci permette di vedere le Alpi innevate che fanno da cornice a Torino e al Piemonte nelle giornate più luminose.
Ovviamente, troviamo le classiche coppiette di fidanzatini che ci chiedono di scattargli foto ricordo con questo splendido panorama alle spalle.
Dopo 4 anni di chiusura (1996/2000) per lavori di ristrutturazione, necessari sia per rinnovare l'ascensore che per rafforzare la struttura dell'edificio, la Mole diventò la sede permanente del Museo Nazionale del Cinema.
Scesi nuovamente dall'Ascensore ed estasiati per la vista sulla città, ci addentriamo nel museo Nazionale del Cinema, progettato dallo scenografo svizzero François Confino, e che si snoda lungo un percorso espositivo articolato su più livelli, disposti in verticale.
L'allestimento espositivo del Museo è un lavoro d'ingegno e di fantasia che permette di creare e moltiplicare i percorsi di visita realizzando una presentazione scenografica spettacolare, ricca di continui e inattesi stimoli visivi e uditivi che riproducono le medesime sensazioni che ti offre un avvincente film in una sala di proiezione.
Al primo piano lungo lo scalone di accesso, s'incontra l'archeologia del Cinema. Un percorso espositivo che ci permette di fare la conoscenza delle scoperte e degli esperimenti che hanno preceduto e accompagnato le invenzioni di Edison e dei fratelli Lumière. Fantastico il teatro d'ombre, e poi la camera oscura, le scatole ottiche, le lanterne magiche, fino al cinematografo.
Lungo il corridoio perimetrale della Mole troviamo numerose vetrine, nelle quali sono esposti molti degli oggetti che hanno fatto grande la storia del cinema.
Al centro della Mole Antonelliana si trova la grande aula del tempio, i nostri occhi rimangono abbagliati dalla grandezza della sala, nonostante l'avessimo vista dall'ascensore. È il cuore del museo ed è circondata da cappelle dedicate al culto del cinema, realizzate con suggestive scenografie cinematografiche. Queste illustrano alcuni grandi temi e generi della settima arte, noi ci perdiamo a passare da una all'altra, indugiando su quelle più amate, che sono per me l'animazione, la fantascienza, il cinema catastrofico, il western ma anche il cinema dell'assurdo, l'horror e il fantastico, il cinema degli specchi, il musical, il cinema sperimentale e quello familiare, i melodrammi di amore e morte, i e la nuova frontiera con il cinema tridimensionale. Matteo non ha i miei gusti cinematografici e quindi ci perdiamo quasi subito, ci ritroviamo nell'ultimo spazio dedicato al capolavoro del cinema muto italiano, Cabiria di Giovanni Pastrone.
Vorremmo sederci a riposare sulle "chaises longues", dove potremmo assistere alla proiezione dei film proiettati sugli schermi giganti ma il tempo stringe ed è un lusso che non possiamo permetterci per una gita estemporanea nei santuari torinesi.
Percorriamo infine una rampa elicoidale che come una pellicola cinematografica si srotola a salire verso la cupola partendo dall'aula del tempio. Da qui si accede ad un percorso, sede delle mostre temporanee e che permette di ammirare l'aula del tempio dall'alto in una visione spettacolare.
Sono ricreati intorno alla sala grande dei salottini che vogliono ricreare la storia del cinema attraverso i diversi ambienti familiari, una lunga storia dove nel corso delle quale si è prodotta la trasformazione nell'uso della casa dopo l'arrivo della TV: una cucina anni '50, un salottino anni '60, una living room anni '80-'90, un home cinema dall'aspetto vagamente futuribile.
Bellissimi i vecchi apparati televisivi, che cambiano di forma e di dimensioni - dalla grande scatola in legno delle origini al plasma in 16/9 di oggi.
Memorabile è la Galleria dei Manifesti che ripercorrono la storia del cinema attraverso i film e gli autori più famosi. Il Museo del cinema, realizzato nel contesto della Mole antonelliana, è un luogo da scoprire e non si può non rimanere sorpresi nell'apprezzare un luogo speciale e veramente unico nel suo genere.
Gli occhi di Matteo, che sono grandi e di un marrone intenso, appaiono stanchi come i miei, ma ci attende un terzo santuario da visitare prima di fare rientro nella nostra città.
Il luogo da raggiungere è distante, ma sarà una passeggiata interessante per le vie di Torino.
Dopo una bella camminata ci troviamo davanti al Santuario di Maria Ausiliatrice, una basilica della città di Torino inaugurata il 9 giugno 1868. Il santuario fu voluto da San Giovanni Bosco e costruito dall'ingegnere Antonio Spezia, ed è dedicato a Maria, invocata come Ausiliatrice.
La basilica sorge nel quartiere di Valdocco e in questo quartiere vi sono molte attività gestite dai Salesiani esclusivamente dedicate ai giovani (scuole e oratori). Valdocco significa valle degli uccisi, dal latino "valli uccisorum" e pare che proprio qui furono martirizzati Solutore, Avventore e Ottavio.
Infatti Don Bosco aveva iniziato proprio in questo quartiere le sue attività a favore dei ragazzi fin dal 1846 sotto la Tettoia Pinardi. Le attività negli anni si moltiplicarono e Valdocco divenne il centro propulsore della nascente congregazione dei Salesiani. La prima pietra del santuario venne posta il 27 aprile 1865 alla presenza del principe Amedeo di Savoia, duca d'Aosta, figlio secondogenito del re Vittorio Emanuele II. La chiesa poté dirsi finita con il posizionamento della grande statua della Madonna nel 1867 e con la sua consacrazione che ebbe luogo il 9 giugno 1868.
Ci soffermiamo davanti alla facciata del santuario che è in stile rinascimentale sul modello palladiano molto simile alla chiesa di San Giorgio Maggiore a Venezia. Il timpano è retto da quattro colonne sul quale sono poste le statue dei martiri Solutore, Avventore e Ottavio.
Sul campanile di destra una statua dell'arcangelo Gabriele sembra offrire a Maria una corona che è posta in cima alla cupola e ivi collocatavi nel 1867, mentre sul campanile di sinistra l'Arcangelo Michele sventola una bandiera con scritto Lepanto. A lato del timpano, a coronamento, sono poste le statue di San Massimo e di San Francesco di Sales.
Sotto il timpano, sull'architrave, è leggibile la scritta: "Maria auxilium christianorum ora pro nobis" e sotto il rosone si trova la statua in marmo di "Gesù tra i fanciulli".
Tra le colonne, a destra e a sinistra della fascia centrale, due altorilievi rappresentano "S. Pio V annuncia la vittoria di Lepanto" e "Pio VII incorona Maria".
Invece sotto rosone vi è una statua Gesù tra i fanciulli e nelle nicchie sotto gli orologi san Giuseppe e San Lungi Gonzaga.
Questa Basilica crea un intenso rapporto spirituale tra noi alessandrini e Torino, proprio per la presenza di due importanti figure della religione cattolica legate al territorio alessandrino: San Pio V e Santa Maria Mazzarello, motivo della nostra visita.
Prima di entrare volgiamo uno sguardo alla rotonda che vi è davanti al santuario dove dal 1920, nel suo centro, trovò posto il monumento a don Bosco, di Gaetano Cellini.
Entriamo silenziosamente, come sempre in luoghi come questo, in un momento in cui vi sono molti fedeli intenti alla preghiera. La chiesa ha una pianta a croce latina ed ha una bella decorazione a marmi policromi voluta dal beato Michele Rua, primo successore di Don Bosco che la rende maestosa e luminosa. Subito colpisce il grande affresco che rappresenta Maria Ausiliatrice, collocato sopra il tabernacolo. Il dipinto fu personalmente voluto da San Giovanni Bosco ed è opera di Tommaso Lorenzone, scrive san Giovanni Bosco che il "LOREZONE prese in affitto un alto salone di Palazzo Madama per dipingere la pala, quando questa fu portata nel santuario e sollevato al suo posto, il pittore cadde in ginocchio e pianse come un bambino, diceva di non averla dipinto lui, diceva che c'era un altra mano che guidava la sua". Mentre l'affresco della cupola è di Giuseppe Rollini. Quasi a sorreggere la cupola troviamo dipinti 4 dottori della chiesa latino orientale: Sant'Agostino, San Atanasio, San Ambrogio, San Crisostomo.
I quattro altari posti sui lati della Basilica contengono le spoglie di quattro importanti personaggi del culto salesiano. Molte persone affollano in preghiera quella dedicata a Don Bosco, opera di Mario Ceradini, un'altra è dedicata a San Domenico Savio, piccolo gigante della santità patrono delle mamme in attesa di un bimbo. La sua cappella è continuamente ornata da tanti fiocchi e coccarde azzurri e rosa coni nomi dei bebè appena nati. Una cappella è dedicata al Sacro Cuore, con una bellissima tela di Carlo Morgari e le spoglie di Michele Rua. L'ultima su cui ci soffermiamo è dedicata a Santa Maria Mazzarello, oggetto di particolare venerazione di Matteo.
Le spoglie mortali sono oggetto di un momento di sosta per entrambi, è incredibile come riusciamo a rivolgerci con il pensiero davanti alle tombe dei nostri cari e dei santi a cui particolarmente teniamo, come in questo caso.
Maria Domenica Mazzarello nasce nell'alessandrino ed esattamente a Mornese il 9 maggio 1837 e lascia il mondo terreno il 14 maggio 1881 a Nizza Monferrato. È stata fondatrice della congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice e nel 1951 papa Pio XII l'ha proclamata santa.
Maria fu la primogenita di sette figli di una modesta coppia di mezzadri, Giuseppe e Maddalena Calcagno, avviata da giovanissima al lavoro familiare. Fervente credente si iscrisse all'Associazione delle Figlie di Maria Immacolata e vi insegnò il catechismo. Colpita da una grave forma di tifo all'età di 23 anni, la malattia la cambiò non solo fisicamente, imparò il mestiere di sarta ed aprì con l'amica Petronilla un laboratorio di sartoria per insegnare alle ragazze un mestiere.
Il parroco del paese, don Pestarino, fin da subito offrì aiuto e protezione a Maria e Petronilla ed altre ragazze ne seguirono l'esempio dando vita a una comunità.
Nel 1864 conobbe Giovanni Bosco, in visita a Mornese, che restò piacevolmente colpito dalla ragazza. Fu lo stesso don Bosco, nel 1872, a chiamarla per volerla come iniziatrice dell'Istituto Figlie di Maria Ausiliatrice e nello stesso anno assunse i voti, assieme alle sue compagne.
Nel 1879 la casa madre dell'istituto fu trasferita a Nizza Monferrato dove Maria morì nel 1881 all'età di 44 anni. Furono attribuiti a Maria Domenica Mazzarello diversi miracoli, come quello che la portò alla santità e cioè la prodigiosa guarigione di Ercolina Mazzarello, una bambina di quattro anni affetta da paralisi spinale infantile, una forma di poliomielite. La bambina era l'ultimogenita di quattro figli dei coniugi Mazzarello. Ercolina era nata nel luglio 1912 nei dintorni di Genova e ad appena tre mesi di età accusò i sintomi della malattia perdendo l'uso delle gambe. Nel 1916 la madre, avendo letto in un libricino dedicato a suor Maria Mazzarello, allora venerabile della chiesa, che narrava di un bambino di quattro anni, anch'esso affetto da paralisi, era guarito per l'intercessione della religiosa, iniziò una novena (un'attività di devozione cristiana che consiste nel recitare preghiere come il Rosario ripetute per nove giorni consecutivi).
Il giorno dopo la fine della novena la bambina guarì improvvisamente, in presenza di diversi testimoni, riprendendo subito a camminare e a correre, senza più alcun sintomo della malattia.
Santa Maria Mazzarello viene ricordata dalla Chiesa cattolica il 13 maggio e come attributo gli viene concesso il giglio.
Purtroppo non riusciamo ad andare nella cripta dove è conservata la reliquia del legno della Santa Croce, posta a destra della navata centrale, dove una scala conduce alla cripta.
La giornata volge al termine, siamo stanchissimi, il treno ci riporta lentamente verso Alessandria, entrambi stanchi ma contenti.