Blog di Dante Paolo Ferraris

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Luci ed ombre a Torino (XLV parte)

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Susan BonesPercorrendo via della Basilica, nell'isolato Santa Chiara mi ritrovo davanti al maestoso, quanto decadente portone di Palazzo dei Cavalieri. Questa costruzione comprende anche la Basilica Mauriziana e l'ospedale Mauriziano. L'edificio è stato costruito verso il 1575 per ospitare i locali di rappresentanza dell'ospedale.
Dopo il trasferimento dell'ospedale in altro luogo, nel 1890, Lorenzo Rivetti realizzò la galleria commerciale Umberto I, con negozi al piano terreno e i magazzini al primo piano. Dell'antica struttura rimangono il palazzo dei Cavalieri e l'antica farmacia posta nella galleria. Quest'ultima collega via della Basilica con piazza della Repubblica.
La facciata su via della Basilica si propone con ricche e plastiche cornici delle finestre del piano nobile sormontate dagli emblemi araldici dell'Ordine Mauriziano. L'importanza dell'edificio, è evidenziata dal grande e decorato portone che dimostra il ruolo che l'Ordine Mauriziano ha sempre ricoperto in Torino.
L'ordine militare cavalleresco, istituito nel 1434 da Amedeo VIII, all'indomani dell'unione con l'Ordine di san Lazzaro, nel 1575 si insediava nell'isolato di Santa Croce per volontà del duca Emanuele Filiberto. Si ebbe la costruzione di un primo edificio ospedaliero che dovrebbe risalire appunto intorno tra l 1570 e il 1580, divenendo anche il primo nosocomio della città. Il complesso subì diversi rimaneggiamenti ed ampliamenti, fino ad avere nel 1638, la disponibilità di quattordici letti.
Nel 1671 l'ordine Mauriziano affidò l'incarico di ricostruire il complesso ospedaliero a Rocco Antonio Rubatto, con l'annesso oratorio dei santi Maurizio e Lazzaro. Il cantiere si concluse nei primi mesi del 1688 con il completamento dell'odierno palazzo dei Cavalieri e dei locali ad uso della farmacia.
Una lapide, oggi scomparsa e non più ricollocata, che era stata posta vicino al civico 3 di via della Basilica avrebbe voluto ricordarci che in questa casa vi morì Vincenzo Virginio, figura importante per la storia dell'alimentazione subalpina. Costui nato a Cuneo nel 1752, morì il 5 maggio 1830. Considerato un insigne filosofo, ma soprattutto valente agronomo, in quegli anni di carestia introdusse, primo in Piemonte, la coltura della patata.
Dopo il trasferimento del nosocomio, nel 1888 l'ormai vetusto edificio dell'ex ospedale fu acquistato dalla Ditta Fratelli Marsaglia, che si occupò della sua ristrutturazione. Essa prevedeva il recupero dell'edificio trasformandolo in galleria commerciale che, dal 1575 ospita la storica Farmacia Mauriziana. La galleria si sviluppa su una pianta cruciforme, sfruttando i volumi che un tempo costituivano le corsie dell'ospedale, ed è stata la più grande galleria commerciale della città.
Qui vennero girate alcune scene dei film "Trevico-Torino - Viaggio nel Fiat-Nam", del 1973, di Ettore Scola e soprattutto di "Così ridevano", del 1998 di Gianni Amelio.
Accedo così a Porta Palazzo (Porta Pila) ovvero piazza della Repubblica, la più grande piazza di Torino che dal 1835 ospita il più vasto mercato all'aperto d'Europa. Il nome deriva da un'antica porta fatta erigere dal duca Vittorio Amedeo II nel 1701, dopo la demolizione delle antiche mura, ordinato da Napoleone Bonaparte, nel 1819. Gaetano Lombardi progettò questa enorme piazza ottagonale, allora intitolata a Emanuele Filiberto. I lavori si conclusero nel 1823, quando Carlo Bernardo Mosca realizzò la piazzetta quadrata che s'affaccia su corso Giulio Cesare, ottenendo una perfetta simmetria con l'analoga piazzetta quadrata, voluta dallo Juvarra per l'accesso a via Milano.
Prima d'immergermi tra le bancarelle della piazza, mi soffermo a ricordare che sul lato che si apre verso Corso Giulio Cesare e posta vicino al civico 24 una lapide. Qui, in un bassorilievo, è situato il busto di Francesco Cirio, imprenditore proveniente da Nizza Monferrato, che nel 1856 impiantò la sua fabbrica di conservazione delle verdure, secondo un metodo da lui inventato. Il successo fu grande e i suoi prodotti furono esportati in tutta Europa. Decise perciò di ingrandire la società e di trasferire lo stabilimento in Campania. Un'altra lapide, ormai scomparsa che era posta al civici 4 della piazza, ricordava il bolognese Monari Dino, docente universitario e appartenente alla 24a brigata Sap, caduto nelle giornate dell'insurrezionali all'età di 44 anni.
Il cantautore Gianmaria Testa nel 2006 ha dedicato una canzone a questa grande piazza mercatale, intitolata "Al mercato di Porta Palazzo", presente nel suo album "Da questa parte del mare", in cui narra di una nevosa mattina d'inverno nella quale una ragazza partorisce un bambino nella piazza del mercato. Luigi Comencini, invece, gira molte scene importanti e decisive del film "La donna della domenica", del 1975 tratto dall'omonimo romanzo di Fruttero e Lucentini, nell'attiguo mercato del Balon, sempre molto affollato in l'occasione delle bancarelle delle anticaglie usate. Negli anni del dopoguerra, specialmente a fine anni cinquanta ed inizio anni sessanta, in questa piazza si radunavano molti immigrati italiani del mezzogiorno, soprattutto la domenica, in cerca di lavoro. Questa manodopera disperata e a buon mercato arrivava sui "treni della speranza", con valigie di cartone, principalmente dalla Puglia, Calabria, Campania, Basilicata e dalla Sicilia. Le condizioni di lavoro, erano per lo più senza una regolare assunzione, determinando lo sfruttamento "inumano" della manovalanza sottopagata e sottoposta a frequenti incidenti nei cantieri. Oggi non sono più i migranti italiani degli anni sessanta del XX secolo a presenziare a Porta Palazzo, ma migranti provenienti in gran parte dall'Africa e dall'Asia. Mi addentro tra i banchi di quello che è considerato uno dei mercati più grandi d'Europa. I generi trattati sono molteplici: abbigliamento, articoli di uso domestico, prodotti ortofrutticoli, alimentari, ittici, caseari ma anche carne e fiori. I venditori sono in una buona percentuale dei cittadini extracomunitari, anche se non mancano i commercianti italiani. Il mercato di porta Palazzo rappresenta un vero e proprio crocevia di etnie e culture. Mi sovviene cosa scrive Fiorenzo Oliva nel suo libro "Il mondo in una piazza. Diario di un anno tra 55 etnie" edito da Stampa Alternativa nel 2009: "A Porta Palazzo vivono, si incontrano e si scontrano l'Europa, l'Africa e l'Asia". Amo girare tra le bancarelle, soprattutto di prodotti ortofrutticoli e fiori, a porta Palazzo è tutto un profumo di frutta e verdura, dai colori vivaci, allineata nelle cassette, dove lucidi pomodori dalle varie forme gareggiano con i colori e forme dei peperoni. Piramidi di tonde mele rosse, verdi e gialle allettano il mio palato, come la multiforme distesa di varie tipologie di pere, albicocche, susine, fragole e rosse ciliegie ed ogni altro ben di dio, che la nostra terra offre. Sacchi di patate, gialle, rosse e bianche fanno bella mostra, come file di insalate rosse come il radicchio che sembrano tanti soldatini per non parlare poi della moltitudine di cavoli, cavolfiori, zucchine, cetrioli, sedani, ravanelli, cipolle e cipolle di vari colori e pezzature. Ora fanno bella mostra anche tanti ortaggi e frutta tropicale asiatica, africana e sud americana che non conosco ma che mi piacerebbe assaggiare. Lascio l'angolo dell'ortofrutta per immergermi, superate le bancarelle di vestiti nuovi ed usati, dentro il padiglione del pesce, costruito nel 1836 su progetto dell'ingegner Barone. Spigole, Naselli, Orate, Branzini, Ricciole, Dentici, Scampi, Pesce Spada, Tonni, Astici, Alici, Calamari, Code di rospo, Cicale di mare, Vongole, Cozze, Cannolicchi, Fasolari, Gallinelle, Mazzancolle, Moscardini ecc... fanno bella mostra su grandi distese di giaccio e come nelle bancarelle esterne il vociare di svariati dialetti italiani si mescola con una moltitudine di lingue straniere. Come esco dal padiglione, lo sferragliare di un tram che corre sui binari mi fa venire in mente una canzone di Gipo Farassino: "'L trenin 'd Leinì". La canzone racconta quando il trenino proveniente da Leini, il 18 giugno 1910, innescò con la sua vaporiera un vasto incendio che distrusse moltissime bancarelle del mercato. Si disse che fu provocato dalle scintille del trenino. Un'altra canzone, sempre di Gipo Farassino era invece interamente dedicata a Porta Palazzo: "porta Pila".
Scriveva anche Guido Gozzano:«Passiamo tra banco e banco, tra le cataste di stoffa, tra il gaio sventolare dei nastri e dei pizzi sospesi alle travi, ecco l'odore acre delle stoffe, mitigato, sostituito dall'aroma dei fiori; passiamo oltre, tra le chincaglierie, le terraglie, i vetri; veniamo alla nota vera, predominante di Porta Palazzo: quella gastronomica»
Nella piazza sono presenti altri due padiglioni: uno è il moderno Centro Palatino, l'altro è la Tettoia dell'Orologio. Il primo fu realizzato su progetto di Massimiliano e Doriana Fuksas tra il 1998 e il 2001, costruito a seguito della demolizione del preesistente Mercato dell'Abbigliamento. Questo edificio realizzato con l'uso di molto vetro e metallo brunato, ospita al suo interno decine di negozi, un bar e un ristorante. In questa struttura si conservano due delle più antiche ghiacciaie sotterranee, rinvenute durante gli scavi della piazza. All'interno, un sistema di rampe metalliche consente di percorrere i vari piani che ospitano locali commerciali, compreso un ampio parcheggio sotterraneo. Il secondo padiglione è da sempre simbolo del mercato di Porta Palazzo, fu realizzato nel 1916 e rappresenta un tipico esempio di struttura metallica dell'epoca. Quest'ultimo è dedicato al solo commercio di prodotti alimentari. Nell'ara esterna, protetta da una tettoia, i contadini possono vendere direttamente i loro prodotti tra cui: ortaggi, erbe aromatiche, frutta, miele ed uova.
Incontro tra i banchi, impegnata a fare la spesa Susan Bones, una conoscenza torinese, che se anche non è stata mia collaboratrice diretta, mi è stata vicino durante la mia permanenza, forse anche per la mia personale conoscenza di suo padre. È una ragazza, non molto alta, che ama vestirsi da maschiaccio, capelli neri, taglio corto sempre curati e scolpiti con il gel. Un viso ovale, pulito con due occhi luminosi. È un'attivista in movimenti arcobaleno ed è sempre stata molto carina con il sottoscritto. E se nella Hogwarts della Rowling, Susan Bones è una strega mezzosangue e studentessa della scuola di magia e stregoneria, in quella torinese posso ritenerla una persona discreta e combattiva. Ho sempre creduto che insieme a Ninfadora Tonks, sua amica stretta, conosca i più intimi segreti della Hogwarts torinese ma che li tenga segretamente nascosti in un suo personalissimo scrigno magico. Ci salutiamo rapidamente, con me non è mai stata chiacchierona e tanto mi basta per considerarla benevolmente.
Poco lontano da piazza della Repubblica vi sono alcune strutture ed edifici che meriterebbero una visita, ma che purtroppo, visto il trascorrere implacabile dell'orologio, non posso raggiungere. Si tratta della ex stazione ferroviaria di Torino Porta Milano ( nota anche come Torino Ponte Mosca o, stazione Ciriè-Lanzo). Era la stazione di testa della Ferrovia Torino-Ceres. Fu realizzata nel 1866 e iniziò a funzionare il 18 aprile 1868. Inizialmente serviva la tratta Torino-Venaria Reale, nel 1876 la linea fu allungata fino a Lanzo Torinese e infine, nel 1916, arrivò sino a Ceres. Nell'ultimo trentennio del Novecento ha avuto un lento declino e negli anni ottanta si è avuta la chiusura della stazione di capolinea, arretrando alla stazione di Torino Dora, mentre la linea in ambito urbano è stata ampiamente rimodernata ed interrata. La vecchia stazione prendeva il nome dalla zona in cui sorgeva ma da una equivoca lettura dell'acronimo Torino P.M. veniva invece interpretato come Torino Ponte Mosca, per la vicinanza della stazione all'omonimo ponte sulla Dora. Un'altra struttura interessante, vicino a Porta Palazzo e alla ex stazione ferroviaria è il mercato del Balon. Celebre mercato dell'usato che si svolge ogni sabato lungo le principali vie del borgo, fondendosi al vicino mercato alimentare di porta Palazzo. Edmondo De Amicis, scriveva: «È una tale confusione di cose e d'avanzi di cose da far impazzire il disgraziato che ne dovesse far l'inventario.» tratto da "Speranze e glorie - Le tre capitali", del 1911. Ancora Fiorenzo Oliva, da "Il mondo in una piazza. Diario di un anno tra 55 etnie", edizioni Stampa Alternativa, del 2009 così lo descrive: «Le strade sono piene di coperte dai colori sbiaditi, riposte a terra quasi con affetto, per ospitare ogni sorta di cianfrusaglie: scarpe spaiate, un orologio senza lancette, la copertina di un libro senza pagine, gambe di tavolo marcite dalla pioggia, una padella senza manico. Gli oggetti sono ordinati con cura, la disposizione è pensata, ragionata nei particolari. La varietà e la stranezza degli oggetti è meravigliosa.»
L'area a nord delle mura, fino dall'epoca medievale era nota come "burgum ad pillonos" e costituiva il polo produttivo all'esterno della cinta muraria di Torino, con molti mulini e falegnamerie, grazie alla presenza di molta acqua. Un declivio verso il vicino fiume, permetteva la sua canalizzazione per alimentare i mulini, concerìe, ed altre officine del tempo.
Il borgo, oggi denominato borgo Dora, subì una profonda trasformazione verso la fine del settecento. In questo periodo, infatti, fu risistemata l'area della vicina piazza della Repubblica e ciò provocò il trasferimento del "Mercato dei ferrivecchi" dai pressi della porta Palatina a borgo Dora.
Come poi non parlare dell'm Arsenale della Pace, ricavato dai locali dell'antico arsenale militare di borgo Dora. La presenza di un opificio destinato alla fabbricazione di materiale pirotecnico ubicato in questa area, allora denominata come regione delle rezighe, per la presenza di numerose segherie.
Fu Emanuele Filiberto che volle nel 1580 trasformare buona parte degli antichi mulini e officine di lavorazione del legname in opifici con macine, mosse appunto dall'acqua, per produzione di polvere da sparo evitando così la dipendenza dalle forniture estere. Nasce così la "Regia Fabbrica delle Polveri e Raffineria dei Nitri". Con il trascorrere degli anni, il complesso è stato ripetutamente ampliato ed ammodernato. Da ricordare gli avvenimenti del 26 aprile del 1852 quando alle 11, 45 una terribile esplosione, provocata da circa 25.000 chilogrammi di polvere da sparo, distrusse parte degli edifici e dei macchinari. Tra le macerie si contano 20 morti e 19 feriti, 3 dei quali deceduti in ospedale. L'esplosione ha serie ripercussioni anche su tutto il borgo Dora, ormai quartiere "popolare" densamente popolato. Dopo la tragedia, Vittorio Emanuele II decide di trasferire la Regia Fabbrica delle Polveri in una località lontana dal centro abitato. Quello che rimane dello stabilimento è convertito ad ospitare la fonderia e laboratorio di precisione per la fabbricazione di armi, tra cui la produzione e riparazione di affusti di artiglieria. Il 2 marzo del 1862, Vittorio Emanuele II ne dispone la ricostruzione istituendo ufficialmente l'Arsenale delle Costruzioni di Artiglieria di Torino. Inizia anche a costruire veicoli militari, fabbrica circa 180 ruote alla settimana, realizza lavorazione di prodotti di selleria. Durante la Prima Guerra Mondiale, tra il 1915 e il 1918, l'arsenale lavora a pieno regime producendo affusti di artiglieria di grosso, medio e di piccolo calibro, rimorchi di artiglieria, carri rimorchio, rotaie bardature da soma, bardature a sella, finimenti e buffetterie. Anche durante il secondo conflitto mondiale la produzione dell'Arsenale, tocca numeri altissimi in particolare per quanto riguarda le forniture di "artiglierie di piccolo e medio calibro". Il 25 aprile del 1945, l'edificio è occupato dalle maestranze e dalle formazioni partigiane. Cessata l'attività, l'arsenale rimase in disuso per diversi anni, finché risistemato, in parte dal 1983 diventa la sede del SERMIG e viene chiamato "L'Arsenale della Pace". Il SERMIG - Servizio Missionario Giovani, nasce nel 1964 su una felice intuizione di Ernesto Olivero. Il suo sogno, condiviso con molti altri, era di sconfiggere la fame con opere di giustizia e di sviluppo, vivere la solidarietà verso i più poveri e offrire una speciale attenzione ai giovani cercando insieme a loro le vie della pace. L'arsenale è diventato oggi uno dei luoghi d'accoglienza e di incontro tra culture, religioni, per conoscersi, dialogare ed integrazione tra le varie etnie presenti a Torino. Ma è anche un punto di riferimento per i giovani che hanno voglia di offrire un loro contributo sociale. È una struttura aperta 24 ore su 24 a chi cerca un soccorso e solidarietà per madri sole, ex detenuti, stranieri, persone che hanno bisogno di cure, ecc...
Poco distante troviamo l'ex cimitero san Pietro in Vincoli, oramai in disuso. È stato il primo cimitero della città edificato fuori dalle mura cittadine nel 1777. Infatti nel 1776, una disposizione vietò, per motivi igienici, la pratica delle inumazioni presso le chiese, ed il re Vittorio Amedeo III, dispose la costruzione di cimiteri per la sepoltura dei defunti fuori dalla cinta muraria cittadina.
Il cimitero risultò in pochi anni sovraffollato, oltre che carente dal punto di vista igienico sanitario poiché i cadaveri, venivano seppelliti in modo caotico e approssimativo, emanando un fetore intollerabile per gli abitanti delle zone vicine. L'accesso ha una facciata in stile neoclassico, con lesene e capitelli con ghirlande, sul timpano del pronao è rappresentato l'angelo della morte. L'interno del cimitero si presenta con una tipologia a corte con un porticato coperto su 3 lati. Sotto i portici hanno trovato sepoltura i nobili delle famiglie Saluzzo di Paesana, Alfieri di Sostegno, Vernazza ecc.
Lo spazio centrale era invece adibito ad ossario, con molti pozzi utilizzati per la sepoltura comune delle salme dei non abbienti. Intorno al cimitero, invece, venne riservata un'area per i non battezzati ed i morti suicidi, era poi presente uno spazio dedicato ai condannati a morte.
Con la costruzione del cimitero monumentale a partire dal 1829 il cimitero di san Pietro in Vincoli cadde in disuso e successivamente fu chiuso al pubblico. Subì inoltre gravi danni a seguito dello scoppio della polveriera del 1852. Solo nel 1854 venne decisa la sua abolizione come cimitero dei giustiziati. Sino al 1882, invece, erano ancora permesse le sepolture nelle cappelle private dei nobili.
La presenza della tumulazione dei condannati alla pena capitale e dei non battezzati, richiamò molti adepti al satanismo e si ebbero atti di vandalismo, profanazioni e messe nere. Inoltre si racconta che un fantasma con sembianze femminili passeggi intorno al cimitero, e che qui porti i suoi inconsapevoli amanti. Si narra che sia il fantasma della bella principessa russa Varvara Beloselskij, morta nel 1792 all'età di 28 anni. Essa era la moglie dell'ambasciatore russo presso la corte sabauda. La sua piccola cappella funeraria, aveva al suo interno una statua di stile neoclassico denominata "La morte velata", che rappresentava una donna con il volto coperto da un velo. Oggi la statua non è più presente al cimitero di san Pietro in Vincoli perché trasferita in altro luogo dalla municipalità torinese nel 1975. Attualmente l'area dell'ex cimitero è adibita a luogo di eventi culturali e spettacoli teatrali, dopo che nel 1988 venne radicalmente ristrutturato. Gran parte dei resti dei cadaveri sono stati trasferiti al cimitero monumentale, tranne le cripte del prato centrale che sono state sigillate.
Lascio piazza della Repubblica e mi dirigo verso il luogo d'appuntamento con i miei amici.



Fine XLV parte.