Blog di Dante Paolo Ferraris

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Il mio Piemonte: Piedicavallo

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Piedicavallo (Valle Cervo)È una bella giornata di sole e con Lele e Gian decidiamo di andare a fare un tour in Valle Cervo, ed esattamente a Piedicavallo.
Mentre ci inerpichiamo sulle strette e tortuose strade di montagna, Lele mi racconta alcune leggende che la riguardano. Tra esse mi ha particolarmente interessato quella de l'Òm Salvè perché è legata alla storia del Maccagno, un formaggio a pasta semicotta, tipico delle valli biellesi e della Val Sesia. Il nome dovrebbe derivare dall'alpe Maccagno, alpeggio valsesiano. Altre persone credono, invece, che il nome derivi da Maco antico capo di qualche locale tribù. Il Maccagno ha una forma cilindrica e una crosta di color paglierino, mentre la pasta è bianco-paglierino, il suo sapore è dolce con un aroma che ricorda il burro. Il latte è rigorosamente di vacca di razza Bruna o Pezzata Rossa d'Oropa. La leggenda vuole che ad insegnare agli uomini della valle a fare il formaggio fosse stato l'Òm Salvè. Egli era un uomo selvatico, solitario, dal carattere scontroso. Fu raffigurato in tanti affreschi e dipinti ricoperto di lunghi peli e con addosso stracci e pellami di vacca. Si rifugiava nelle grotte realizzate oltre i 1300 metri. Avrebbe così raccontato ai pastori che conducono gli animali in alpeggio molti trucchi per ottenere dal latte vari formaggi e molti sottoprodotti. Fintanto che qualche valligiano indispettito, dispettosamente vi ponesse una chiave rovente sulla pietra dove solitamente l'Òm Salvè era solito sedersi. Offeso l'Òm Salvè non solo non insegnò più nulla ma addirittura sparì per sempre. Di certo si sa che sono particolarmente deliziose le tome di maccagno stagionato a circa 1300 metri nelle "stansit" o "crutin", piccole cantine seminterrate dove l'umidità è la temperatura idonea assicurano un particolare maturazione del formaggio.
Uno dei più fedeli estimatori ed intenditori del Maccagno fu Quintino Sella. Si racconta che costui non si facesse mai mancare una scorta di Maccagno, tanto da portarselo anche a Roma.
Raggiungiamo Piedicavallo posto a 1050 metri sul livello del mare. Il borgo è situato in testata alla Valle del Cervo o di Andorno. Il suo territorio comprende, oltre al tratto vallivo che scende dal lago della Vecchia. Anche i valloni dell'Irogna o Cona, della Mologna e del Chiobbia e Chionetta; tre affluenti del torrente Cervo. Gli ampi alpeggi sui monti circostanti sono coronati lungo i valloni e verso le propaggini degradanti verso il centro abitato da vasti boschi di latifogli. Ci accoglie un piccolo borgo abbarbicato intorno alla chiesa parrocchiale di San Michele e al Palazzo Comunale. Le case hanno i caratteristici tetti in pietra di losa e lunghi balconi di legno riccamente addobbati da coloratissimi fiori. Il sole è caldo ma c'è un gradevole venticello, si sente il dolce rumore delle acque che scorrono delle fontanelle di pietra verso l'impetuoso e spumeggiante torrente Cervo. Tutto ciò è molto piacevole. Il borgo può contare circa 200 abitanti, compresi i circa 60 residenti a Montesinaro, l'unica frazione del comune.
Mentre salgo l'irta scalinata in pietra e ciotoli di fiume e che ci conduce alla chiesa, Gian mi racconta le storie del paese. Le origini della comunità sono ovviamente pastorali. In passato il borgo era raggiungibile solo attraverso un'impervia mulattiera che ha per molti secoli isolato e protetto il villaggio. I primi documenti che lo citano risalgono a 1343, ma il riconoscimento della comunità si avrà solo alla fine del XIV secolo. Le condizioni di vita della popolazione furono sempre molto precarie sia per l'isolamento del borgo che per le frequenti alluvioni e frane. Frequenti anche le cadute nei dirupi o le persone assalite dai lupi. Il suo territorio fino al 1694 apparteneva al comune di Andorno, poi passò sotto il controllo del Comune di Campiglia Cervo e ottenne l'autonomia nel 1700 con un territorio molto più ampio dell'attuale, ridotto nel 1906 quando Rosazza divenne autonomo con anche la frazione Beccara. Con l'autonomia si ebbe anche la sua infeudazione, diventando feudo del conte Liborio Garagno di Chieri fra il 1724 e 1752, anno in cui la signoria venne venduta al senatore Francesco Vacca.
Il ciotolato della chiesa sembra appena rifatto con i ciotoli tondi raccolti nel torrente. Entriamo in questa antica chiesa, edificata a partire dal 1666. Al suo interno, ampliato nel XVIII secolo trovo un bel pulpito che dovrebbe essere stato realizzato da Pietro Antonio Serpentiere, importante e famoso intagliatore, forse suo anche il disegno del portone. Rimango particolarmente colpito da un bel crocefisso processionale, in legno dipinto attribuibile alla seconda metà del XVIII secolo. Ci soffermiamo qualche istante a guardare diverse statue, forse appartenute a qualche confraternita. Usciti mi infilo sotto il rustico portico posto sotto il campanile, anche esso realizzato in pietra. Mi diverto a gironzolare per gli stretti e irti vicoli; scalette in pietra e piccoli slarghi, tutto realizzato in pietra e ciotolato. Nella strada sottostante la chiesa parrocchiale, trovo un imponente costruzione in pietra squadrata. È il vecchio tempio valdese, cerco di comprendere come i valdesi siano giunti fin a Piedicavallo. Mi racconta Lele che alla fine del XIX secolo un forte contrasto fra il parroco don Giovanni Giuseppe Perino e i suoi parrocchiani portò ad un scisma. Un centinaio di abitanti si convertirono alla religione valdese, costruendo il loro tempio vicino alla parrocchia. Ancora oggi, limitatamente alla domenica estiva si officia il rito valdese. Ma sono più propenso a pensare che l'origine della conversione avvenne dopo un lungo periodo di emigrazione di molti piedicavallesi in città dove erano presenti comunità di rito protestante.
Anche Piedicavallo divenne un paese di esperti scalpellini che lavorarono in tutto il mondo. Un esempio fu Giovanni Jon Tonel, emigrato in Guatemala e ritornato a Piedicavallo nel 1872. Costui fu tra i fondatori della Società degli Operai, fondata nel 1872. Le cronache raccontano che nel 1888 alle elezioni comunali vinse il partito così detto rosso sul partito nero clericale. Rosso non è da leggersi come un partito marxista, ma più affine al rosso mazziniano, vicino ai movimenti risorgimentali. Partito legato quindi alla società operaia di mutuo soccorso. Molte di queste famiglie aderenti a questo movimento popolare e risorgimentale decisero di aprire una scuola laica da affiancare a quella gestita dalle suore. Occorre inoltre sapere che a quel tempo la scelta del maestro era compito dell'Amministrazione Comunale, ed in quella pubblica ne era stato designato il parroco, Don Perino. La prima maestra della nuova scuola, Elisa Goss, giunse dalla Val Pellice. La Val Pellice è da sempre ritenuta un territorio di religione valdese. Sono soprattutto figli di operai emigrati che frequentano la scuola laica. I loro padri erano emigrati in molti Paesi dove furono a contatto con i riformati, soprattutto in Francia, Svizzera, Gran Bretagna e Stati Uniti. Nella Valle del Cervo vi officiava un pastore Valdese, Revel, che raggiungeva a piedi l'abitato. I pastori valdesi dovettero affrontare diverse difficoltà, soprattutto dovuti alla stretta vigilanza e accoglienza da parte di emissari del Vescovo. La scuola rimase aperta fino al 1911, addirittura con due maestre, poi una nuova ondata di emigrazione verso la pianura disperse le nuove generazioni.
Nella seconda metà del XIX secolo ci fu un'altra importane realizzazione: il teatro. Il parroco di Piedicavallo, don Perino diede il via alla fondazione di una società formata da diversi privati che ne iniziarono la costruzione. La volontà popolare voleva che il teatro venisse intitolato alla Regina Margherita, e per far ciò fu intessuto un'intensa corrispondenza con la casa reale. Autorizzazione che avvenne nel 1880. La popolazione locale amava particolarmente la regina che era solita muoversi a cavallo per le valli per raggiungere Piedicavallo e da qui raggiungere a piedi Gressoney attraverso il colle della Vecchia, dove trascorreva un periodo di vacanza. Anche il teatro fu edificato nel duro granito di "sienite" della Balma, grazie agli abili scalpellini del paese che realizzarono il teatro dotandolo di una ricca biblioteca.
La passeggiata lungo la via centrale è molto suggestiva grazie alle case in pietra, dai tetti in lose e le balconate in legno decorati di fiori colorati.Sono tante le fontanelle che con il loro scroscio d'acqua offrono una soave cantilena nel loro gorgheggiare. Fu il Geom. Zorio Prachin Battista che realizzò parecchie fontane e pagò quasi interamente l'allargamento della strada principale. Anche costui era un massone, come tanti nella valle, anche se dicono che si allontanò dalla massoneria per contrasti. Infatti in molte case in pietra presenti in paese sono evidenti le simbologie massoniche.
È arrivato il momento di assaggiare alcuni piatti tipici della vallata tutti ovviamente a base di polenta, burro, formaggi, castagne e riso. Tra i piatti tradizionali, un tempo usato come piatto nuziale, troviamo il "Ris ën cagnun" ottenuto facendo bollire il riso in acqua aggiungendo poi Maccagno e burro fuso, mantecando fino al raggiungimento di un agglomerato compatto. Ma anche la "polenta e moja", tipico piatto originario della valle Oropa e Cervo, costituito da una morbida crema di mais cotto in un paiolo, a cui viene aggiunta toma di montagna fusa. In primavera il piatto principe è ris e "malastre" ( riso e violette dal pensiero selvatiche) o anche "ris e borcuj" sempre erbe di montagna.
Il ristorante, in cui sostiamo per il pranzo, è ricavato in un'antica casa in pietra e legno, all'esterno c'è un piccolo giardino con fiori di montagna, tra cui le prime calendule. Non vi sono grandi saloni ma piccole stanze con pochi tavoli per i commensali. Le pareti sono arricchite da stampe antiche e il mobilio è molto rustico, di legno scuro e consumato. I tavoli, con le tovaglie bianche di una volta, sono riccamente apparecchiati.
Mentre pranziamo ho modo di ascoltare un'altra storia su l'Òm Salvè che ha due versioni differenti.
Lele mi racconta che un tempo sopra San Giovanni d'Andorno, nella località di Bele viveva in una caverna un uomo selvaggio che non si sapeva da dove fosse arrivato. Era piccolo,magro ma muscoloso ricoperto da lunghi e folti peli,vestito di stracci e pelli, con barba e capelli lunghi disordinati e ispidi. Talvolta scendeva in paese e insegnava molte ricette alle donne che lo ringraziavano con una coppa di vino, un pezzo di lardo, un sacchetto di farina o un pezzo di stoffa. Un giorno L'Òm Salvè s'innamorò di una fanciulla e la rapì. Il fidanzato con un gruppo di giovani partirono per andare a cercarla. Nella notte trovarono la grotta in cui abitava l'Òm Salvè e riuscirono a portare in salvo la ragazza senza svegliare né far del male all'uomo di Bele. Infatti una superstizione locale afferma che chi avesse ucciso l'Òm Salvè senza essere stato assalito, si sarebbe procurato ogni sorta di sventura. L'Òm Salvè si adirò molto e giurò che non sarebbe più sceso nella vallata.
Gian, invece, mi racconta la seconda versione. In questo caso l'Òm Salvè si innamorò di una sposa che aveva visto dietro la finestra di casa intenta a filare. Al tramonto in un freddo autunno la rapì e la tenne con se per oltre un anno. Un giorno la donna riuscì a fuggire, ma non poté portare con se il bambino che nel frattempo era nato. Il selvaggio quando si accorse della fuga si vendicò sul piccolo tagliandolo a metà e lanciando le parti del corpicino sulle due sponde opposte del Cervo. Si narra che coloro che di notte passano nelle vicinanze del torrente, sentono il vagito di un bambino che neanche il rumore delle acque del Cervo quando è gonfio ed è in piena riesce a coprire o soffocare.
Dopo aver sentito le varie versioni del racconto e gustato la "polenta e moja" riprendiamo la nostra passeggiata per il borgo. Ammiriamo alcune vecchie case come una bella casa caratterizzata da due mascheroni posti sulla facciata, opera dello scultore Giuseppe Janutolo che rappresentano i momenti tristi e felici della vita. Infatti uno è ridente e l'altro impassibile e serio. Bella anche Casa Raviglione e la casa delle Bifore. Piazza delle Capre prende il nome dal luogo in cui le famiglie radunavano i loro animali, in genere mucche e capre. Infatti ogni famiglia aveva qualche animale e lo affidavano ad un ragazzo per poterli portare al pascolo tutti i giorni. Giunti in un luogo panoramico, Gian e Lele mi indicano il sentiero che porta al lago della Vecchia. Questo è un piccolo bacino lacustre situato a 1858 m.slm, di origine glaciale. Da questo lago nasce il torrente Cervo, il corso d'acqua più importante del biellese. Da Piedicavallo il lago è raggiungibile con una camminata di 2.30 ore.
Il nome del lago nasce da un'antica leggenda che i miei due compagni di avventura mi raccontano in tutte le sue varianti. Una delle versioni racconta di un giovane che si sarebbe innamorato di una giovane fanciulla del luogo. Il matrimonio fu organizzato in riva al lago. La sposa attese il suo sposo per tutto il giorno e la notte ma il giovane non arrivò. Al mattino successivo un uomo trovò il cadavere del promesso sposo ucciso nel bosco. La fanciulla volle dargli sepoltura in fondo al lago e la rimase a custodire il suo amato tutta la vita, in compagnia di un orso. Passati gli anni, della giovane e bella fanciulla non rimaneva che il ricordo. La gente della vallata si rivolgeva a questa vecchia dai lunghi capelli bianchi per chiedergli medicamenti, rimedi e sortilegi in quanto era considerata una maga. Quando morì, anch'essa fu sepolta in fondo al lago e come vogliono le tradizioni celtiche i corpi dei due amanti si incontrarono e si fusero. Ancora oggi si dice che nelle notti di luna piena è possibile vedere il fantasma di una vecchia con i lunghi capelli bianchi solcare a pelo d'acqua il lago.
Una seconda versione vuole che al tempo della dominazione romana, un re e la sua sposa furono catturati e venduti come schiavi. Un loro servo riuscì a riscattarli dando loro la libertà ma purtroppo il re morì. La vedova fece costruire una cassa di quercia dove mettere il corpo del suo compianto marito. Scelse nelle alpi biellese e in questo lago il luogo adatto per dare riposo alle sue spoglie. Calata la cassa nelle acque del lago, la donna rimase a vegliare l'amato, abitando in una grotta insieme ad una capretta, nutrendosi di erbe e frutti selvatici. La gente non si avvicinava perché la considerava una "masca" (strega) nonostante fosse molto bella ma parlava una lingua a loro sconosciuta. Un giorno la donna curò con le erbe un fanciullo ammalato e la gente iniziò a idolatrarla e a portargli doni per le sue cure che ella continuò a prodigare. Quando morì fu sepolta nel lago insieme al suo sposo. Il suo fantasma comparirebbe nelle notti di luna piena pronto a proteggere gli innamorati.
La terza versione è ambientata nel paese di Rosazza e risale al 1600 circa, narra di una giovane ragazza e del suo promesso sposo che, improvvisamente fu chiamato a partire per una guerra. La giovane attese il fidanzato per molti anni non ricevendo mai sue notizie, fintanto che conobbe un ragazzo proveniente da Torino che iniziò a corteggiarla. I due decisero di sposarsi e il giorno delle nozze comparve in chiesa, nascosto da un ampio mantello nero, il vecchio fidanzato. La comparsa di costui fece fuggire e vagare per i monti la sposa, mentre la madre di lei morì per infarto. Trovarono il corpo della fanciulla presso le sponde del lago, il corpo fu trasportato a Rosazza per la sepoltura ma il suo fantasma continua a vagare sulle sponde del lago, gemendo e lamentandosi delle sue infedeltà amorose.
È ormai ora di ripartire, lanciamo un veloce sguardo al ponte di pietra sul torrente Cervo chiamato dai piedicavallesi "lunt a dla cua". Esso fu costruito a fine del XIX secolo.
Riprendiamo le nostre auto per tornare verso Biella, mentre da dietro i vetri di una finestra, tra le tendine bianche e rosse, un anziano signore ci scruta. Lo sguardo è duro, ma non è arcigno. Sicuramente rude e forte e i solchi sul suo viso arso e scarno indicano una vita passata tra questi bellissimi monti e i suoi occhi scuri spiccano su una capigliatura soffice e bianca. In auto cerco di trovar una risposta al nome del paese. Piedicavallo ha tante possibili soluzioni da "Pe' d'cà d'val", e quindi riferito alla porzione ai piedi della montagna, ma anche da "Pietra Cavallina" come indicato da Goffredo Canalis nel 1874 nella descrizione di tutti i comuni del Regno di Sardegna. Oppure può essere interpretato come "al piede di cavallo" con riferimento al rilievo sovrastante al centro abitato. Un altra ipotesi potrebbe essere che essendo l'ultimo centro abitato a cui si può accedere a cavallo e per proseguire oltre si può andare solo a piedi. Lasciamo così questa splendida vallata sapendo che vi sono ancora tante cose da scoprire.