Blog di Dante Paolo Ferraris

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
Messaggio
  • EU e-Privacy Directive

    This website uses cookies to manage authentication, navigation, and other functions. By using our website, you agree that we can place these types of cookies on your device.

    View e-Privacy Directive Documents

Dietro le quinte di Cuba (V parte)

E-mail Stampa PDF
Cuba (04/2010)Entriamo a Jatibonico, piccola cittadina della Provincia di Sancti Spiritus che prende il nome dall'omonimo fiume. La strada centrale, che porta il maestoso nome di calle MACEO, è linda e non ci sono i soliti segni delle moderne città occidentali. Porta il nome di Antonio Maceo Grajales, generale e politico cubano, eroe della guerra di indipendenza dell'isola dalla Spagna combattuta a più riprese tra il 1868 e 1898. Maceo è considerato con Maximo Gomez il più importante condottiero militare della guerriglia condotta contro la potenza colonizzatrice che occupava l'isola dal 1492.
Si occupò delle attività del padre, commerciante di prodotti venezuelani e agricoltore ed in seguito aderì alla massoneria cubana che era influenzata dai principi della rivoluzione francese.
Nel 1868, a sole due settimane dallo scoppio della rivolta guidata da Carlos Manuel de Cespedes contro gli spagnoli vi aderì con il padre e i fratelli.
Insieme a loro e alla madre, donna afro-cubana, si ritirò nella foresta della Manigua per sostenere i mambises, come erano chiamati allora i rivoltosi. Solo dopo 5 mesi di combattimenti Maceo fu promosso Maggiore, dopo due settimane Tenente Colonnello e dopo pochi anni venne elevato al grado di Tenente Generale. Solo a causa degli atteggiamenti classisti e razzisti di molti patrioti gli fu ritardata la sua nomina a Maggior Generale a causa del colore della sua pelle.
I suoi uomini gli affibbiarono il soprannome di "Titano di Bronzo" sia per il colore ebano della pelle ma anche per la sua straordinaria forza fisica e per la resistenza alle ferite da arma da fuoco. Le cronache narrano che infatti fu ferito ben 25 volte in 500 scontri armati.
L'utilizzo del machete come sostituto della spada spagnola caratterizzò l'equipaggiamento delle sue truppe, proprio come indicato dal suo maestro e capo, lo stratega dominicano Maximo Gomez, che sarebbe divenuto Comandante in capo dell'esercito di liberazione.
Maceo si oppose caparbiamente alla firma del trattato di pace o patto di Zanjon, che avrebbe messo fine alla guerra che durava da dieci anni e sostenne che era inaccettabile un trattato che non prevedesse tra le sue clausole l'abolizione della schiavitù e la completa indipendenza dalla Spagna. Non riconobbe il trattato e così riprese le ostilità recandosi diverse volte all'estero con il mandato del Governo (provvisorio) della repubblica cubana a raccogliere fondi per promuovere una nuova spedizione contro gli spagnoli. Verso la fine del 1879 MACEO insieme a Calixto GARCIA progettò una spedizione a Cuba, la cosiddetta piccola guerra (La guerra chiquita) che terminò senza successo da parte rivoluzionaria nel 1881. A questa fase dei combattimenti MACEO non vi partecipò in quanto la spedizione militare fu condotta da GARCIA.
Rifugiatosi ad Haiti prima e in Giamaica dopo, fu perseguitato dagli spagnoli e scampò a diversi tentativi di assassinio. Nel suo rifugio di Guanacaste in Costa Rica, dove il Capo dello Stato gli concesse una piccola fattoria, fu contattato dal poeta rivoluzionario cubano José Martì che lo convinse ad iniziare una nuova guerra contro gli spagnoli al fianco del suo vecchio amico Maximo GOMEZ.
Usando alternativamente tecniche di guerriglia e scontri in campo aperto, i ribelli riuscirono a rendere esausto l'esercito spagnolo, composto di oltre 250 mila effettivi, costringendolo ad attraversare l'intera isola da oriente a occidente.
Ma la fine di MACEO è prossima e infatti mentre cercava di recarsi ad incontrare GOMEZ a Villa Clara o a Camaguey s'imbatté con la sua piccola scorta in un reparto spagnolo che aprì contro lo sparuto gruppo un fuoco intenso. MACEO fu colpito da due pallottole,di cui una lo colpì al petto e l'altra gli trafisse la mascella e penetrò nel cranio. Con lui perì il sottotenente Francisco GOMEZ conosciuto come Panchito, figlio di Maximo GOMEZ. I corpi furono finiti a colpi di machete, ma gli spagnoli non riconoscendo le vittime le abbandonarono sul campo di battaglia. I corpi raccolti il giorno successivo furono provvisoriamente inumati in una fattoria e solo successivamente i loro resti trovarono degna sepoltura a Cacahul (Santiago de Cuba) in una monumentale tomba, oggetto di pellegrinaggio di molti cubani.

Alcune frasi celebri di MACEO sono ricordate per come lo descrivono nel ruolo di soldato del movimento cubano di liberazione e per le capacità di grande stratega oltre che di figura romanzesca di cavaliere d'altri tempi. "I miei doveri e le mie convinzioni politiche stanno al di sopra di ogni sforzo umano; con esse io raggiungerò il piedistallo della libertà oppure morirò combattente per la liberazione del mio popolo". Questa frase è da sempre considerata il suo motto e fu scritta il 3 Novembre 1890. la sua anima indipendentista era talmente pura e reale che la storia ci narra che durante la "tregua fruttuosa", cioè quella da lui non accettata, mentre stavano brindando un giovane straniero gli espresse l'augurio che Cuba fosse annessa agli Stati Uniti D'America divenendone un'ulteriore stella, la sua risposta fu: " IO penso, giovanotto, che questa sarebbe la sola occasione nella quale io porrei la mia spada dalla stessa parte di quelle della Spagna". Ed ancora si rivolse con queste parole ad un suo ufficiale che gli propose un agguato proditorio al generale spagnolo: "Io non voglio una vittoria che sia conseguita con il disonore".
Le case di Jatibonico sono alte al massimo due piani,rare sono quelle a tre,dipinte in colori pastello, scrostate, ma dal ricordo coloniale. La strada principale è abbastanza trafficata in quanto unisce due capoluoghi di provincia, Sancti Spiritus con Ciego de Avila.
I mezzi che generalmente la percorrono sono i pullman turistici, le vecchie auto americane, qualche auto a noleggio con le caratteristiche targhe di color marrone, i camion carichi di viandanti locali, qualche bicitaxi e gli immancabili carretti trainati da cavallo che fanno da omnibus.

Ci dirigiamo verso casa di Wilmer, su strade secondarie e abbastanza disastrate mentre fa un caldo torrido e sei costretto a tenere i finestrini chiusi per le strade polverose che ti riempirebbero l'auto di una terra finissima e di colore ocra.
La Casa di Wilmer è su due piani e al piano terreno abitano dei suoi parenti. Sulla porta d'ingresso al primo piano, la cui scala di accesso è esterna e senza ringhiera ci attendono la mamà di Wilmer, la Sig.ra Maria Julia e sua Sorella (hermana) Yanelis.
La casa non è grandissima ma ben curata e pulita e subito Wilmer mi presenta alla sua famiglia della quale in un attimo ne divento membro baciando i suoi cari sulle guance come vuole l'usanza cubana in segno di saluto e non porgendo la mano come nostra abitudine.
Tutte le attenzioni sono rivolte a me, ma sono attratto dalle effusioni che Wilmer e sua madre si scambiano ed e' bellissimo vedere come questa famiglia sia unita. La casa non ha un corridoio e la prima stanza che vedo, quella di accesso dalle scale, è il salotto di casa dove fa bella mostra il televisore con lettore dvd e una radio. C'è un tavolo rotondo con poche sedie, delle stampe alle pareti, qualche bicchiere da usare nelle grandi occasioni e gli immancabili soprammobili o "ciapapuvi" (prendipolvere) come li chiamo io e qui hanno piazzato una branda che mi ospiterà per le notti che ci fermeremo a Jatibonico.
La seconda stanza è la camera da letto della famiglia, un letto matrimoniale in cui dormono madre e figlia, un grande vecchio armadio, una vetusta cassettiera con lo specchio e tra le due stanze il bagno, piccolo ma con acqua corrente. C'è anche il piatto doccia ma non c'è il soffione e quindi si utilizzano dei grandi secchi. Si nota come la casa sia abitata da donne e benché le cose siano poche sono quelle essenziali ma soprattutto ordinate e pulite.
La terza stanza è la cucina arredata con un tavolo, 4 sedie, un frigorifero, una cucina a gas,, una mensola con tante stoviglie in bell'ordine e le tendine alla finestra che da su una stanza cieca, ovvero una stanza in costruzione,per il momento ancora senza soffitto che dovrebbe, nei progetti famigliari, diventare la stanza di Wilmer.
E' veramente piccola ma Wilmer ne è comunque orgoglioso. Per ora è la dispensa di cassette di ortaggi vari fra i quali fa bella mostra un cesto con delle banane verdi di grandi dimensioni, un po' strane a vedersi per la loro forma quasi quadrata.
La mamà è una donna alta, giovanile di aspetto, capelli di color nero lucido emi ricorda vagamente quelle matrone che ho visto tempo prima a Sancti Spiritus, è gioviale, allegra e piena di attenzioni e voglia di fare.
Di lavoro la mamà fa l'educatrice in un centro/scuola per fanciulli, mentre la sorella Yanelis è più giovane di Wilmer, ha poco più di 17 anni, magra, lineamenti dolci, alta quanto il fratello ed ha un carattere determinato ed indipendente.
Penso che i giorni che trascorrerò con loro saranno molto belli, ricchi di intimità famigliare. Inoltre il mio arrivo con un auto a noleggio permetterà loro di farsi accompagnare con comodità a visitare parenti che diversamente avrebbero avuto modo di incontrare con più difficoltà.

La Mamà abbonda con i cibi del pasto visto l'illustre ospite e ciò mi mette un po' in difficoltà, ma non posso deludere le loro aspettative in fatto di ospitalità. Wilmer è intento a spiegare a sua sorella cos'è e come funziona l'I-pod che gli ho portato come regalo. Passano molto tempo insieme ad ascoltare musica e a bisticciare come cane e gatto ma in fondo si vede che si vogliono bene.
Yanelis dormirà per le notti che mi tratterrò a Jatibonico a casa del fidanzato, un giovane ragazzo ventenne, alto, biondo con occhi verdi, fisico asciutto ma tonico, uno sguardo da bravo ragazzo. Fanno una bella coppia ma credo che lui sia il tipo che si fa sottomettere dai voleri femminili con facilità.

Mentre andiamo fare visita ad alcune sorelle di Mamà che abitano nelle vicinanze di Jatibonico, mi faccio spiegare il significato dei diversi colori delle targhe degli automezzi cubani che provo a riassumere: innanzi tutto lo sfondo delle targhe varia dal tipo di utilizzo del mezzo e quindi il blu è riservato ai veicoli di Stato che sono i più frequenti da vedere in circolazione ma sono i più controllati dalle autorità in quanto gli utilizzatori sono considerati dei privilegiati e perciò la Polizia controlla accuratamente che vengano usate per lavoro e che non siano utilizzati per trasportare la famiglia al mare nei week end. Gli autostoppisti locali (botelleros) ritengono che essendo il viaggiare su un auto di Stato un privilegio, i consegnatari di queste auto debbano offrire loro un passaggio per il principio di uguaglianza.
I Dirigenti di Stato hanno più flessibilità nell'uso della macchina e la loro targa ha sfondo marrone mentre le auto del Ministero degli Interni e quelle delle FF.AA hanno lo sfondo verde. Le targhe nere invece sono molto rare e sempre su macchine moderne e di grande cilindrata e identificano "quelli che contano" in un paese sotto embargo. Sono in servizio presso le ambasciate e le rappresentanze straniere ed inoltre dalle ultime tre cifre si capisce anche il ruolo che ha l'utilizzatore, ad esempio un ambasciatore sarà 001.

L'arcobaleno delle targhe continua con l'arancione delle società straniere che lavorano sull'isola se la seconda lettera della targa è una K, mentre se è una A è destinata ai religiosi o ai giornalisti, anche se un adesivo con la scritta "P.Ext" (Prensa extranjera) distingue ulteriormente i giornalisti stranieri.
Le targhe gialle sono per le auto private, generalmente quelle vecchie auto americane di più di 50 anni fa che mi fermerei ad ammirare per ore, il bianco come sfondo rappresenta invece il privilegio più assoluto e questi mezzi sono rarissimi, tanto che non ne ho mai visto uno ed identificano i gerarchi del PCC (Partito Comunista Cubano) o le alte autorità di Governo. Il rosso è una targa provvisoria, ma se il rosso è scuro ed inizia con T è un auto a noleggio per i turisti, come la mia.
Ma non si conclude mica così facilmente, perché mentre il colore distingue il proprietario o il conducente, la seconda lettera indica il tipo di veicolo o l'uso; ad esempio:
  • C. Camioneta (furgone);
  • F. Camion;
  • R. Rastra (camion autoarticolato);
  • J. Jeep ( auto fuoristrada);
  • V. Guagua (autobus);
  • S. Microbus;
  • T. Taxi;
  • M. Vehiculo ligero máquina- auto;
  • O. Máquina - auto;
  • X. Moto;
  • P. Paneles (es: fiorino o piccolo trasporto);
  • K. Tecnico straniero;
  • PEXT. Prensa extranjera;
  • D. Diplomatico;
  • E. Embajada (Ambasciata);
  • TUR/T. Turismo;
Se a tutto ciò uniamo la prima lettera che indica la Provincia, possiamo affermare che osservando le targhe sappiamo praticamente tutto sull'auto e sul suo conducente. Questo sistema di colori, cifre e lettere è stato copiato dal sistema sovietico e permette di controllare per esempio se un'auto fornita dallo Stato sia usata correttamente dal conducente.
La mia auto a noleggio ha la sua brava targa rosso scuro con la T identificativa e mentre Màma mi descrive questo variopinto mondo delle immatricolazioni, io come un bambino inizio a leggere le targhe delle auto che incontro per identificarne l'uso o la provincia facendo un bel ripasso di geografia cubana. Ovviamente sulla strada che percorro sono quasi tutte S.(Sancti Spiritus); A.(Ciego de Avila); F. (Cienfuegos); C.(Camagüey), M. (Matanzas). Difficile trovare auto diverse con la P. (Pinar del Rio)troppo a occidente o peggio con I. (Isla dela Juventud). Sicuramente viaggiando troverò anche delle altre targhe in giro per l'isola.

La prima sorella di Màma abita in una casa in legno vicino alla ferrovia, tre stanze con il pavimento in terra battuta e le pareti fatte con assi di legno poste in orizzontale in classico stile caraibico, tinteggiate esternamente di un celestino pallido. Sulla facciata un patio protegge l'ingresso della casa dove vi troneggia una panca e una serie di vasi di fiori. L'intera casa, come le altre vicine, ha un piccolo cortile con al centro un grande albero che fa ombra agli animali da cortile che liberamente vi circolano.

Ci accolgono con grandi sorrisi sul patio di ingresso e mi abbracciano come se fossi un familiare. Entrando nella modesta casa e in quello che dovrebbe essere il salotto buono ci sono un piccolo divanetto consumato dal tempo, 4/5 sedie di povera fattura e diseguali tra loro, l'immancabile televisore e la radio poste in bella mostra. Su una parete una fotografia con la loro figlia in primo piano con un lungo vestito bianco e uno sfondo che immortala un paesaggio occidentale.
Ascolto con attenzione le cose che si dicono, più o meno i discorsi che ci facciamo sempre tra parenti quando ci si incontra, come stai, cosa fai, hai sentito di Tizio, hanno fatto a Caio ecc..., e mentre amabilmente chiacchierano tra loro un canale televisivo, credo messicano, trasmette una di quelle telenovelas incredibili di amori, disgrazie, amanti ecc... La cosa che mi colpisce è vedere in tv le immagini di case hollywoodiane con enormi piscine, lusso frenato e intorno allo schermo televisivo la misera casa di legno, con poche o nessuna possibilità di miglioramento economico di una famiglia normale al limite della sopravvivenza umana ma con la felicità e il sorriso sempre presenti. Viste da qui la mia vita e quella televisiva sembrano fantascienza e mi sento povero dentro pensando come si possa essere felici con poche cose ma con sani sentimenti.
Mi spiegano perché la cugina di Wilmer sia vestita di bianco e ritratta come una regina in quella foto. Anzi, è la ragazzina stessa che si sente ormai donna a raccontarmi della sua più bella giornata mai trascorsa. E' la festa della quinzeañera, cioè quando una ragazza compie i suoi primi 15 anni, festa importante quanto un matrimonio, una sorta d'ingresso in società, come il ballo delle debuttanti occidentali, che avviene al compimento del diciottesimo anno.

Le celebrazioni del quindicesimo compleanno furono molto popolari a Cuba fino alla fine degli anni 70. Questo costume venne introdotto a Cuba dalla Spagna. Le famiglie ricche, che si potevano permettere di affittare sale da pranzo in club privati o hotel a 4 o 5 stelle furono gli autentici precursori delle feste dei 15 anni, che chiamavano Quinces (in spagnolo "quindici"). Queste celebrazioni trascorrevano normalmente nella casa della ragazza o in quella, più spaziosa, di qualche parente, ora è un modo per distinguersi e per dare un segnale di felicità e speranza alle ragazze soprattutto nelle classi più povere.

Riesco a vedere dalla porta aperta, ammesso che ci sia la porta, la cucina di casa, ampia, spaziosa,un po' buia e veramente povera, più povera di quella già disastrosa della casa di Fernando. Anche la stanza da letto non è meglio, sicuramente pulita ed ordinata ma qui posso veramente toccare con mano la miseria.

Nonostante il mio spagnolo sia scarsissimo, mi trovo molto bene a conversare con Wilmer. A Cuba sembra tutto più facile nella conversazione, sarà per la predisposizione d'animo o per il tempo che sembra scorrere più lento, o forse l'ammirazione per il posto che ti ospita o la pace che vi regna che la lingua pare più sciolta e soprattutto perché non c'è nessuno che ti rimprovera per gli strafalcioni che dici.

Mentre l'allegra famiglia chiacchiera delle amene questioni familiari, Wilmer vuol provare a guidare ma non ha la patente e non sembra così facile ottenerla visto che a Matanzas non ci sono autoscuole e conseguire l‘abilitazione alla guida deve avere un notevole costo economico che potrebbe affrontarlo solo chi poi dispone di un auto.
Wilmer sarà un bravissimo ballerino ma la sua guida è terribile e mi domando come fa a muovere tutto il corpo con naturalezza e ballare armoniosamente quando non riesce a sincronizzare frizione, freno e cambio! Forse sono io che sono uno scarso insegnante.

Rientrando verso casa con Màma che ha fatto il carico di verdura, frutta ecc, Wilmer mi mostra lo stadio di baseball di Jatibonico intitolato al famosissimo Genaro Meleto Batista. Unico stadio in tutta Cuba intitolato ad uno sportivo ancora vivente, l'impianto fu inaugurato nel 1960 e dedicato al giocatore-leggenda del baseball cubano che nacque il 25 aprile del 1900 e morì il 12 aprile 2003 all'età di 102 anni.
La cittadina di Jatibonico gradevolissima infatti ha una temperatura media annua è di 26/28 gradi celsius, quella mensile estiva fluttua tra 27/28 gradi Celsius e quella invernale tra i 23/24 gradi Celsius ma accade spesso che possa scendere fino a 6/10 gradi Celsius, mentre le precipitazioni medie annuali sono fino a 1000 millimetri variando nell'area costiera della Provincia dagli 800 ai 1000 e area centrale e nord dai 1200 ai 1500 mm,, nella stagione secca (novembre-aprile) le precipitazioni calano in media 200 mm al nord centro e 300 mm circa sulla costa. Questi dati li ho raccolti per far contento il collega di lavoro Matteo, appassionato di meteorologia.


Fine V parte.