Blog di Dante Paolo Ferraris

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Il mio Piemonte: Marmora

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MarmoraLa strada si fa stretta e tortuosa, il panorama dapprima si stringe in una stretta gola poi si apre all'improvviso.
Il corso del torrente Marmora corre vicino la strada e spesso piccoli ponti in pietra permettono di valicarlo. Gli alberi, man mano che si sale, sono sempre meno fitti e rari. Gruppi di betulle e castagni sono riuniti qua e là in boschetti. La felce è sempre più regina dei campi che si aprono lungo le coste della montagna.
Raggiungo così Marmora, o meglio Vernetti, in quanto si tratta di un Comune sparso in diverse frazioni e agglomerati urbani per un totale di una sessantina di abitanti nei periodi non turistici.
Il nome Marmora, come del corso d'acqua che scorre a valle degli abitati, pare derivi da "Marmor" con riferimento a cave di marmo.
La zona sembra fosse anche già abitata dai tempi dei romani come testimonia un'arula, presente attualmente nella chiesa parrocchiale di San Massimo. L'arula ricorda probabilmente la vittoria dei romani su qualche tribù ribelle nel I secolo d.C.
Il territorio fu dominio dapprima dei marchesi di Busca, poi di Saluzzo. Dal XIII secolo Marmora godette del privilegio di potersi governare secondo le norme consuetudinarie autoimpostasi. Poi fu dei Savoia dal 1601; questi ultimi la diedero in feudo ai Ferrero di Biella.
Fu uno dei pochi centri della Valle Maira a non essere influenzato dalla religione protestante, tanto che si registra la presenza del capitano Verneti di Marmora che partecipò all'arresto degli "eretici" di Acceglio. Vernetti è anche il nome della borgata considerata il capoluogo, in dialetto è detta "La Ruha". Il toponimo deriva dal termine celtico con il quale si indica l'Ontano. Da questa borgata si dipartono diverse strade, un tempo mulattiere che raggiungono le altre varie borgate.
Alcune ricalcano la cosiddetta "strada dei cannoni", settecentesco tracciato voluto da Carlo Emanuele III per agevolare le proprie truppe durante il conflitto franco-ispano. Strada che sale fino a Col del Mulo e all'Altopiano tra le Valli Moira, Grana e Stura.
A Vernetti in passato si teneva la fiera, detta "fiero di debit" nel corso della quale si pagavano i debiti e le tasse sul bestiame e sui terreni. Fiera che rese agiata l'intera popolazione del borgo, lo testimoniano le belle case con architravi, portali, affreschi che abbelliscono ancora oggi case e chiese. Le case hanno tutte il tetto in lose a doppio spiovente.
Il borgo è immerso nella natura incontaminata, ricca di possibilità di attività sportive sia in estate e primavera che di inverno. Dalle passeggiate alle escursioni a piedi, in mountain bike e a cavallo, a quelle di inverno con le ciaspole o con gli sci.
Tra le manifestazioni più importanti vi è sicuramente la Sagra del Margaro di metà agosto che si sviluppa per diversi giorni con concerti, danze popolari, incontri culturali e merende appetitose con prodotti di montagna sempre più rari da trovare.
Conosco così la signora Fulvia che gestisce l'albergo/pensione Ceaglio di Vernetti, mi accoglie gentilmente rendendosi subito disponibile a soddisfare le molteplici curiosità sulle tradizioni, leggende dei vari borghi che costituiscono il territorio di Marmora.
Dopo essermi comodamente sistemato nella stanza realizzata interamente in materiali locali, pietra e legno, ma con tutte le comodità che oggi sono essenziali, mi accomodo al ristorante dell'albergo.
Sono gli stessi figli di Fulvia ad occuparsi della ristorazione. Mi lascio pertanto consigliare dai ragazzi per poter gustare una cena peculiare occitana.
Dopo un tagliere di affettati e formaggi tipici della montagna, assaggio "les Raviolas" un primo piatto a base di patate, toma fresca e uova, proseguo con lo spezzatino alla provenzale con polenta e due torte salate di bietola e patate, innaffiando il tutto con un buon bicchiere di vino rosso piemontese.
Ho modo così, durante la cena di farmi raccontare dei piatti tradizionali locali, alcuni dei quali gusterò nei giorni successivi. Trovo così i gnocchetti al Castelmagno, la zuppa di "barbetta", pasta detta "li fescheirol", minestra verde di fiori, zuppa di pane raffermo e cipolla, zucca e pane bagnato, risotto con patate, minestra di castagne e latte e i gnocchetti detti "caiettes".
Sono molti altri i primi piatti che mi vengono denunciati, ma sui secondi la mia immaginazione cresce con il "civet" di cinghiale, ma anche con le trote ai funghi, cipolle ripiene, insalata di ortiche con patate e aglio, ma la curiosità si accende quando mi si presenta la ricetta della pecora alle olive.
Interessanti anche le torte salate come la frittata nizzarda, torta di riso, torta verde, torta della castellana fatta con farina di frumento, fave, latte, mele e porri.
Diversi anche i dolci, come il dolce alla "miandò" con zucchero, amaretti, uova, mele, pere e vino bianco; ma anche il calzone di mele, pesche ripiene, torta di ricotta, torta di pane raffermo e molto altro. Dopo un sonno ristoratore è la stessa Signora Fulvia a spiegarmi come raggiungere la cappella di San Sebastiano e cosa potrò ammirare per arrivarci.
Inutile dire che il piccolo borgo, con gli alti caratteristici alberghi, ristoranti, abitazioni e il suo Palazzo Municipale sono incantevoli. A Vernetti seguendo un sentiero tra le case, dopo la fontana vi è ciò che resta della chiesetta di San Giacomo.
Sono anche visibili, vicino al Municipio nascosta tra gli alberi un antica torre di guardia. Trovo poche persone lungo la strada che devo percorrere; la prima tappa è il Santuario della Madonna di Biamando, in occitano Lou Biamound.
Lo splendido edificio settecentesco, datato 1719 è costruito intorno ad un pilone votivo affrescato nel XVI secolo, ora integrato nell'altare maggiore è bisognoso di urgenti restauri e messa in sicurezza.
Infatti la scarpata lungo il torrente che gli corre davanti ha ceduto in diversi punti e lo stesso sagrato della chiesa è compromesso. Un luogo di sicura venerazione da parte della popolazione alpina da restituire alle sue genti. Intorno alla chiesa c'è un prato ben curato, mentre gli edifici annessi al Santuario sono ormai più magazzini di ogni bene.
Ancor oggi, sembra che il giorno della Madonna dell'Assunta, il 15 Agosto da Vernetti si snodi una processione che giunge fino al santuario di Biamondo.
Proseguo, costeggiando verdi prati e belle case dai davanzali fioriti fino a raggiungere un parcheggio, subito dopo un piccolo ponticello in pietra si erge la quattrocentesca cappella di San Sebastiano e San Fabiano, indicata in lingua locale come "San Bastian".
La chiesa, sorge nel XV secolo dedicandola a San Sebastiano protettore dalle epidemie. La struttura attuale è il risultato di diverse modifiche e ampliamenti con l'aggiunta di una sagrestia, di un portico poi tamponato per ingrandire la chiesetta. Queste modifiche hanno cambiato anche l'orientamento della chiesa che, come era usanza, aveva con orientamento est-ovest. Infatti sul fianco destro, ove vi era l'antico ingresso, vi sono importanti affreschi murali del XV secolo raffiguranti San Bernardo con il diavolo alla catena e San Cristoforo con sullo sfondo alcune abitazioni e botteghe artigiane, oltre a San Sebastiano. La chiesa è realizzata in muratura di pietra con tetto in lose.
Fulvia mi ha lasciato le chiavi della cappella di San Sebastiano, posso così entrarci. Entrato, rimango subito colpito dagli affreschi originali nelle parti della cappella e nel suo abside. Il ciclo pittorico è di Jean Baleison, come da sua firma in un cartiglio "Johanne de Baleisonis". Costui, originario della Valle Stura, fu molto attivo nelle vallate di lingua d'Oc e nel territorio del marchesato di Saluzzo.
I cicli pittorici, di rara bellezza e nell'abside rappresentano la Madonna in trono con il bambino, affiancata da San Costanzo e da un altro Santo non identificato, ipotizzo San Fabiano. Ai lati gli evangelisti intenti a scrivere i vangeli, mentre nell'arco trionfale è rappresentata l'Annunciazione. Nella navata, in cicli sovrapposti sono raffigurati le storie dell'infanzia di Cristo e la vita di San Sebastiano. Mi incuriosisce particolarmente la rappresentazione della natività e l'adorazione dei magi, dove i personaggi indossano abiti quattrocenteschi alla moda borgognona. Curiosa anche la scena della fuga in Egitto con il miracolo del grano, episodio tratto dai vangeli apocrifi. Su un piedritto è rappresentato il velo della Veronica.
Altra cosa che mi colpisce è nella rappresentazione della natività, dove San Giuseppe è raffigurato mentre rimesta la minestra in un paiolo. È anche efficacemente rappresentata la storia di San Sebastiano, soldato romano ai tempi dell'imperatore Diocleziano, condannato a morte per aver aiutato i detenuti cristiani. Vi è anche riprodotto Erode che ordina la strage degli innocenti e San Policarpo che battezza i giovani Marco e Marcellino.
Sul fianco destro della cappella, quasi di fronte al primitivo ingresso vi sono ancora i resti di una segheria con mulino a forza idraulica.
Sul muro esterno è visibile un ottocentesco affresco di semplice fattura popolare, del pittore di Paesana, Giors Boneto. Il dipinto raffigura la Madonna Assunta in Cielo, con due cherubini che reggono il manto celeste. Alla sua sinistra San Martino a cavallo taglie il suo mantello con la spada, alla sua destra si trova San Sebastiano legato al palo e trafitto dalle frecce. Dietro a quest'ultimo vi è raffigurato San Matteo con il libro in mano.
Nel lasciare il borgo, trovo un pescatore che ha appena abbandonato la sua postazione di pesca e con cui mi intrattengo lungamente a parlare delle trote che si riescono, anche se con difficoltà, a pescare. Continua così il mio tour, proseguendo per raggiungere Finello.
Nei pressi della borgata, in posizione isolata si erge una antica torre che forse un tempo aveva scopi difensivi. Finello in occitano locale è "Lou Finèl" e forse il toponimo deriva da fieno. Curioso il fatto che i suoi abitanti sono chiamati "I Rainer" forse ad indicare una zona paludosa con presenza di rane.
Riprendo la strada principale e mi ritrovo a Vernetti e sempre in auto mi arrampico verso la Borgata Superiore.
La prima borgata che trovo, dopo che l'auto si è inerpicata su una stretta strada tortuosa e costeggiata da verdi prati e boschetti di betulle è Brieis. La borgata nella grafia occitana è indicata come Lou Brièis ed è dominato da una torre a cui è stato aggiunto un tetto a spiovente, nella tradizione popolare è indicata come la "casa del'avoucat".
Il borgo è stato quasi interamente recuperato e ospita diverse abitazioni e locali di ristoro. L'abitato è posto su un soleggiato e verdeggiante versante della montagna, tanto che si dice che il toponimo del luogo deriverebbe dal verbo francese "briller" ossia brillare, risplendere come un luogo soleggiato.
Parcheggio l'auto per raggiungere la cappella della Santissima Trinità che è posta leggermente in posizione rilevata dal borgo stesso e quasi all'ombra di un bosco, dominante il borgo. Per raggiungerla, uno stretto sentiero corre tra i prati e occorre passare vicino al forno comunitario che mi pare ancora funzionante.
La cappella della Santissima Trinità è veramente in condizioni precarie; sulla facciata si legge ancora un cartiglio datato 1677: "Hoc opus fecit Bernar(du)s bressius dux et erectum fuit in titulum santissimis trinitas", con un affresco molto danneggiato.
La porta, parzialmente sfondata è aperta. Purtroppo anche l'interno è in una situazione precaria e presenta alcuni pregevoli affreschi, dipinti da mani popolari in stato di abbandono.
Ripresa l'auto continuo la mia salita verso la piccola borgata Serre, in occitano "Lou Sère. Il forno comunitario di questa località è posto vicino alla strada e sono visibili i grandi edifici a tre piani di pietra che caratterizzano le molte borgate. Infatti nel piano più basso erano collocate le stalle, nel piano intermedio erano collocate le stanze, mentre al piano superiore era genericamente utilizzato come fienile. Proseguo la mia strada fino a raggiungere Sodà.
L'etimologia di "Lou Soudà" parrebbe, secondo la tradizione popolare, derivare dalla parola soldato, forse un ritrovamento di qualche soldato morto in qualche battaglia.
Il mio itinerario continua a inerpicarsi, incontro una mandria di mucche che pascola liberamente nei campi, guardati da un cane che corre su e giù per l'altura per tenerle riunite. Mi devo ripetutamente fermare per permettere agli animali di attraversare la strada che corre su diversi tornanti.
Dal bosco, per facilitarmi il passaggio esce un giovane pastore. Il ragazzo raccoglie gli animali e una volta sgomberato la strada si avvicina all'auto. Riesco a fare conoscenza con questo ragazzo che con severità ma dolcezza riesce a ordinare una intera mandria. Dopo uno scambio di convenevoli e poche parole scopro che dietro a questi abiti dimessi, si cela un vero campione. Infatti è Daniele Serra, un giovane ventenne, atleta e campione dello sci di fondo della nostra nazionale.
È un ragazzo fiero, educato che si presta a fornirmi alcune informazioni sulle borgate di Marmora.
Al suo fianco si è seduto Fiocco, l'anziano cane pastore che non si perde comunque d'occhio nessun animale della mandria. Scopro così che la mia giovane conoscenza passa il periodo dell'anno in cui non gareggia o si allena, ad aiutare il padre ad accudire il bestiame.
Questo alto ragazzo dalla capigliatura arruffata e bionda mi pare due volte campione. Non potrei diversamente definire un giovane ragazzo che si divide tra gli allori delle piste da sci di tutto il mondo e la montagna in cui è nato e in cui condivide le fatiche della famiglia.
Lascio il campione e rapidamente raggiungo la borgata Superiore, non prima di aver salutato Fiocco, il vecchio cane meticcio.
Gli abitanti di Breis, Sodà, Serre e della Borgata Superiore sono soprannominati "Gourgiran", conosciuti come lavoratori indefessi, senza orari e che mangiano lavorando per non perdere tempo, mi pare proprio che Daniele Serra li rappresenti ampiamente.
La "Ruhà Soubirana" come è scritta in grafia occitana, è la borgata posta sulla posizione più elevata e panoramica della valle e il toponimo lo evidenzia chiaramente.
In questa borgata, proprio quasi sul culmine della montagna, a 1522 s.l.m. insiste la piccola cappelletta dedicata a Santa Maria. Anche questa ha un tetto a capanna, un unico portone d'accesso e due piccole finestre laterali.
Un cartiglio sopra la porta recita "Deipare virgini ab ellenis Hvivis suburbi Dicatum MDCCXXIII". Come tutte le alte cappelle sopra il tetto svetta la piccola cella campanaria.
Poco distante dalla cappella, si erge maestosa e dominante l'intera valle la chiesa parrocchiale di San Massimo e a mezz'ora circa di cammino si trova la cappella di San Teodoro, un piccolo edificio posto in una splendida posizione panoramica.
Scendo dall'auto per sgranchirmi le gambe sui verdi pascoli e per appuntarmi le storie raccolte il giorno precedente e in questa splendida giornata.
La prima che mi sovviene è proprio legata alla borgata in cui mi trovo e vuole che un bottaio, originario della borgata superiore si trovasse nelle Langhe per costruire botti. Un giorno mentre consumava un pasto frugale con le contadine del luogo, queste ascoltando la provenienza del bottaio, esclamarono: "noi ogni notte saliamo sul Chiot del Lìdet per i nostri balli." L'uomo pieno di spavento, abbandonò frettolosamente la loro compagnia e tornò a Marmora. Infatti sapeva che al Chiot del Lìdet si radunavano le masche, ossia le streghe.
Ma sono molti i racconti che nascono in questa vallata come quello legato al colle del Mulo che sta tra la valle Stura e Maira. Forse il colle prende il nome da questa leggenda che racconta: un'estate, come tutte le estati salì in montagna una famiglia di pastori, composta da padre, madre e una bambina che accompagnavano le pecore insieme ai loro due cani e un mulo che tirava un carretto con i loro pochi averi. Quell'anno il freddo arrivò all'improvviso ed era pungente tanto da annunciare la neve.
La famiglia si mise sulla strada del ritorno in valle, ma il cielo si gonfiò e cominciò a nevicare e con un forte vento; dopo aver percorso in queste tragiche condizioni tutte le strade che poterono, decisero di accamparsi sotto il carro. Durante la notte la bufera si intensifica tanto che il carro era sommerso da oltre un metro di neve. Il padrone liberò il mulo nel tentativo di permettergli più movimento. Il mulo, una volta liberato, guardò teneramente la bambina e lentamente si allontanò. Raggiunta la prima casa, i montanari capirono che era venuto a chiedere aiuto. Lo seguirono così raggiunsero la famiglia e poterono metterla in salvo con i due cani. Una bellissima storia che racconta teneramente il sacrificio degli abitanti della montagna e come gli animali possano considerarsi membri della stessa.
Raggiungo così la chiesa parrocchiale. L'edificio sacro è già citato nei documenti di inizio XIV secolo e fu ampliato nei secoli successivi, mantenendo le strutture originali e inglobando sempre la vecchia costruzione. Interessante il campanile in stile romanico con bifore e cuspide piramidale arcuata.
Le caratteristiche storiche le posso così ammirare sul lato destro della chiesa, dove sotto e protetti da un tetto sono ancora presenti affreschi tre-quattrocenteschi, rappresentanti San Gregorio Magno, San Massimo, San Cristoforo, San Girolamo e un San Francesco che riceve le stimmate. Presente anche un altro trecentesco San Cristoforo.
La facciata è semplice ed è segnata da ripetuti rimaneggiamenti. Ha una sola entrata incorniciata da due piedritti e da una lunetta intonacata, un oculo è sovrapposto alla porta.
Non presenta altre finestre, il tetto è a capanna e sul lato destro della facciata è affrescata una meridiana. L'interno è a navata unica con volta a crociera. La fonte battesimale è degli inizi del 1400. In chiesa sono presenti due cappelle laterali. In quella di destra, dedicata alla Madonna del Rosario vi è posta vicino ad un ara romana con raffiguranti una vittoria alata e vi è un affresco raffigurante San Giuliano, datato XV secolo. L'altare maggiore, in legno intagliato e dorato è sovrastato da una tela con raffigurante San Gregorio Magno.
Uscito dalla chiesa mi accorgo che sugli affreschi posti sotto il portico, l'artista aveva firmato e datato la sua opera. Così apprendo che il pittore è Tommaso Biazaci di Busca e gli ultimi affreschi sono datati 1459, infatti sta scritto: "Facendo male - sperando bene - lo tempo passa e la morte viene" seguito dalla data 20 giugno 1459 - "Hoc opus celebratus fuit - Thomas de Buscha pixit".
Dall'alto del sagrato si gode uno splendido panorama su molte altre borgate come Reinero.
Questa borgata che si raggiunge comodamente a piedi è posto a 1465 metri s.l.m. e in grafia occitana è "Lou Rinier", di cui l'origine toponomastica è abbastanza confusa. Rainero un tempo era una delle borgate più ricche, sono ancora presenti diverse case medievali, purtroppo alcune sono crollate. Il forno comune è sulla piazza, ed un affresco ricorda la devozione degli abitanti alla sindone ed è datato 1723. Vi era anche la scuola e molte stradine erano coperte dai tetti delle stalle, proprio a proteggere i viandanti e gli animali dai venti presenti in cresta, ove è situato il borgo. La cappella della borgata è dedicata a Sant'Antonio.
Il benessere dei suoi abitanti e le posizioni in cresta portarono ovviamente anche un po' di invidia, tanto che gli abitanti del borgo erano chiamati "aquiei dal crest" per indicare coloro che abitavano sulla cresta molto esposta ai venti e al sole, oltreché per dileggiarli significando che i suoi abitanti erano un po' bizzarri perché soggetti a colpi di sole e del vento che gli faceva rapidamente cambiare umore.
Ovviamente essendo un borgo in cresta, si credeva che fosse abitato dalle masche (streghe), anche per la vicinanza del cimitero, posto a ridosso della chiesa parrocchiale.
Era usanza nella notte di Ognissanti porre posti negli angoli più bui e i sui davanzali delle zucche vuote con dentro delle candele accese.
In questo modo si volevano spaventare i "Sarvan", ossia i folletti dispettosi; ma favoriva la credenza che il borgo fosse abitato dalle streghe con tutti quei lumini che dalla valle, nel buio della notte, davano un magico alone intorno al borgo.
Vi era anche una leggenda che in Valle si tramandava da generazione in generazione: Si racconta che un giovane ragazzo di Rainero, innamorato di una ragazza di Arata, avesse l'abitudine di recarsi da lei tutte le sere. La ragazza, che non era interessata allo spasimante, un giorno nascose un campanellino negli abiti del ragazzo. Dopo la mezzanotte il giovane lascia il borgo e s'avvia verso Rainero.
Il passo era spedito e lungo perché il ragazzo aveva paura delle masche, e più correva, più il campanellino tintinnava e più il giovane si spaventava. Il ragazzo morto di paura desiste così al corteggiamento della ragazza e rimase scapolo.
Mentre risalgo a prendere l'auto mi sovvengono anche le storie delle altre borgate e un'altra leggenda che vede invece la presenza di una vecchina benevola:
Nella borgata di Arvaglia, viveva una anziana vecchina, dal viso allungato e consumato dal tempo e dall'età, aveva altresì un lungo naso ad uncino con un bozzolo sulle narici. Le mani anche piccole e rugose avevano unghie sporche e poco curate. Vestiva sempre di nero con abiti trasandati e rattoppati. Ai piedi delle zoccole "soche" di legno tarlate.
Il suo nome era Bessy Giovanna, ma per tutti era "Gìuana la Beffa" a causa del mento sporgente.
Si diceva che il suo carattere fosse scontroso. Era rimasta orfana da giovane e si era sempre dovuta arrangiare. Abitava poco fuori dal borgo e casa sua era abitata da tanti gatti.
Un giorno durante le feste di Natale, Toni, l'ultimo di una famiglia di otto figli, molto poveri, mentre giocava a nascondino si avvicinò alla casa della vecchina. Un profumo di dolci, da lui mai mangiati perché abituato a pane, latte e polenta lo invitano ad avvicinarsi alla finestra della povera casa. Si arrampicò incuriosito dalla finestra e vide un tavolo colmo di ogni tipo di dolci appena sfornati.
La vecchina scoperta la testolina curiosa del bambino gli si parò davanti. Tutti e due erano spaventati e la vecchia gli chiese perché non fosse scappato come facevano tutti i bambini a vederla. Il bimbo si giustifica dicendo che stava giocando a nascondino "strema" e poi aveva sentito un profumino. La vecchietta invitò Toni ad entrare. Il bambino era estasiato e con l'acquolina alla bocca nel vedere tanto ben di Dio. Mentre la vecchietta le stava offrendo alcuni dolcetti, Toni si sentì chiamare dai fratelli e scusandosi si allontanò da lei e dalla casa.
I fratelli sgridarono Toni per essersi avvicinato alla casa di "Gìuana la Beffa". Quella sera Toni dovette andare a dormire senza cena per punizione. Alla mattina, dopo la festa dell'Epifania, Toni trovò vicino al suo letto tanti dolci, proprio come quelli visti il giorno prima in casa della vecchina. La cosa particolare e che tutti i bambini quella mattina ricevettero dei dolci. Così da quell'anno "Gìuana la Beffa" ogni anno, la notte del 5 gennaio porta ai bimbi dei dolcetti e un po' di felicità.
Il borgo dove abitavano la vecchina e Toni era Arvaglia, e il suo toponimo "Arvagio" in occitano sembra voler significare luogo di sorveglianza - vigilanza dal volgare "vegiar - vejàr", oppure arvum in latino, ossia campo coltivato.
Sono tanti ancora i borghi da visitare, come: Garino i cui abitanti erano chiamati "Toupin" ossia creduloni; Torello o "Lou Tourel" i cui abitanti insieme a quelli di San Sebastiano erano chiamati "Coumbalot" a indicare un luogo stretto ed allungata. Ma anche Tolosano, i cui abitanti erano considerati tra i più forbiti a parlare ma non troppo propensi a socializzare ed erano chiamati "aquiei d'la vieto". Vi è in quest'ultimo borgo una cappella intitolata ai Santi Giorgio e Anna.
Il borgo di Urzio, in occitano, "l'Arà" il cui toponimo dovrebbe significare arare o lavorare la terra presenta, invece, case medioevali signorili. Urzío, o "Uèrs" deriverebbe da Orzo, la classica coltivazione della zona. Mentre Sagnarotonda è un borgo disabitato da oltre cinquanta anni ma con belle case medioevali arricchite da affreschi.
Raggiungo così nuovamente la pensione per gustare la cucina della Signora Fulvia, visto che preso dalla curiosità di girovagare mi sono accontentato di un pranzo a base di frutta. Raccolgo così altre curiosità e leggende. Infatti la pensione è un vero museo a cielo aperto.
Sono diversi gli antichi attrezzi agricoli e casalinghi presenti, ma molti sono anche gli attrezzi per i bastai e la loro produzione. Mi raccontano che fin a inizio del XX secolo, l'arte e il mestiere dei bastai era diffuso nelle diverse borgate. Infatti nei periodi di pausa dai lavori nei campi, diversi uomini si specializzarono a costruire e riparare basti da soma, selle e bordature.
Un lavoro delicato a cui era richiesto anche precisione, la loro bravura si diffuse ben presto, tanto da avere ordinazioni di nuovi basti o di riparazioni da tutta la valle Maira e non solo. Da fine ottobre alla primavera, molti di loro si trasferivano in Francia, ad Avignone, Nizza, Digne e Saint Etienne attraversando il colle di Allos. Costoro, con un sacco in spalla contenenti i loro attrezzi raggiungevano questa città dove costruivano, riparavano basti, selle e bordature, ma si adattavano a confezionare materassi o riparare sedie e arredi in cuoio e stoffa.
Il lavoro stagionale, mi raccontano, vedeva tutti i ragazzi, gli uomini non anziani, emigrare in Francia o nella pianura cuneese per racimolare qualche soldo per la famiglia. I ragazzini più giovani spesso venivano "affittati" quali servitori stagionali a qualche famiglia benestante francese o nelle locali trattorie ove vi era un turismo invernale.
Ma nella locanda, dove sono ospite vi è sempre un via vai di gente, sono soprattutto svizzeri e tedeschi che sono richiamati da queste vallate selvagge, dove possono ancora fare belle passeggiate, cavalcate e divertirsi in mountain bike immersi in una natura incontaminata, ricca di profumati fiori e scoperte.
Ahimè le giornate sono trascorse velocemente e anch'io devo tornare verso la mia amata Mandrogna; salutato calorosamente la famiglia di Fulvia mi avvio verso valle.
Faccio un ultima tappa nella borgata più bassa e più trafficata di Marmora, Ponte Marmora, il cui toponimo deriva dalla presenza di un ponte sul torrente Marmora. "Lou Pont dl'a Marmor" ha poche case e tutte affacciate alla strada; vi è anche un lago artificiale con un piccola centrale idroelettrica. Quasi non si vede ma vi è anche una cappella dedicata a San Bartolomeo, che benché moderna ha il suo fascino.
Ormai sono sul lungo nastro di asfalto che mi porterà a casa, ma ho passato giorni bellissimi difficili da dimenticare.