Blog di Dante Paolo Ferraris

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Il mio Piemonte: Canelli

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CanelliIl sole si è stancato di sfilare nel cielo e oggi starà dietro le quinte, tra fastidiosi cuscini di nuvole e il mio breve viaggio in auto sarà comunque tranquillo, infatti le nuvole che i accompagneranno non sono cariche di pioggia.
Il mio vagare oggi mi porterà a Canelli. Il suo territorio in antichità fu sede di insediamenti dei Liguri Statielli e successivamente in epoca romana si svilupparono diversi fondi rustici dove già si coltivava la vite. A sua testimonianza vi furono numerosi ritrovamenti di epoca romana tra cui quattro stele incise oggi ospitate nel lapidarium, creato presso la chiesa di San Rocco.
Si sentirà parlare di Canelli solo a partire dall'Alto Medioevo già nell'anno 961, quando compare per la prima volta nell'elenco delle Corti Regie esistenti in Piemonte con l'appellativo "civitas" e come centro di un sistema di sfruttamento fondiario.
Le origini del toponimo sono incerte e si fanno risalire al termine latino locus canellarum (terra, zona ingombra di canne), riferito al territorio che all'epoca era acquitrinoso per gli straripamenti del Belbo.
Ancora nel 992 l'Imperatore Ottone III concede con un diploma ai mercanti astigiani "...licentia negotiandi ubicumque velint sine contraditione alicuius hominis... "ciò dimostra come la strada di collegamento che transitava per Canelli e che univa Asti a Genova permise lo sviluppo e il fiorire della cittadina. Tra la fine del X e dell'XI secolo, per difendere queste strade commerciali, sorge un castrum a Canelli, col compito di difendere anche le strade, che attraverso la valle del Belbo, portavano ai porti di Savona e Vado. Verso la metà dell' XI secolo il borgo di Canelli viene infeudato agli eredi dei conti di Acquosana, ossia del territorio acquese. I loro diversi rami parentali daranno vita al Consortile di Canelli, con numerosi borghi dei territori confinanti.
Nel 1198 Canelli, si allea con gli astigiani e gli alessandrini contro il marchese del Monferrato. Durante il periodo delle lotte tra gli alessandrini e gli astigiani per il dominio dell'area dell'acquesana, alcuni signori di Canelli, Calosso, Vinchio e Lanerio, quest'ultimo un borgo tra Incisa e Mombaruzzo, giurano fedeltà ad Alessandria. Questo fu un periodo travagliato per Canelli in quanto Asti voleva il controllo del borgo che insisteva su strade di grande importanza commerciale.
Nel 1216 Alessandria e nel 1217 Asti acquistano buona parte del territorio del consortile. Fu un periodo di in cui Canelli si arricchisce di torri e casa-fort, ma la contesa tra Asti e Alessandria si fa più accesa e nel 1232 è Asti a prevalere.
Durante il conflitto tra guelfi e ghibellini, la città viene infeudata al ghibellino Raimondo di Incisa nel 1303 e l'anno seguente è occupata dalla famiglia De Castello, trasformando la città in scenario di cruente lotte.
Nel 1335, Asti vende la città agli Asinari e Canelli si dota di propri Statuti nel 1344. Ma saranno poi i Savoia a investire Canelli e il suo territorio agli Asinari.
Nel 1387, insieme ad Asti, è data in dote a Valentina Visconti andata in sposa a Luigi D'Orleans. Rinaldo Scarampi e i figli Niccolò e Lodovico avranno in affido il territorio di Canelli dal rappresentante del duca di Orleans dietro un lauto compenso. Sarà l'imperatore Carlo V a investire costoro del titolo di conti. Successivamente nel 1602 il duca Carlo Emanuele I concede il titolo di marchese ai Crivelli eredi degli Scarampi. In seguito il Feudo, passerà agli Scarampi.
Canelli fu teatro di innumerevoli episodi bellici tra cui il più noto ad essere ricordato è l'Assedio di Canelli del 1613, quando il duca Carlo Gonzaga di Nevers vi pone l'assedio durante la guerra di successione del Monferrato, ma i canellesi riescono a respingere l'assedio, ottenendo dei benefici dal duca di Savoia. Il borgo sarà comunque assediato e saccheggiato dalle truppe spagnole nel 1616 e da quelli francesi nel 1642 e 1658.
Le sue fortune iniziarono alla fine del XVIII secolo, quando si sviluppò l'industria Enologica del Moscato d'Asti e dell'Asti Spumante, ancora oggi una delle principali risorse della Città che ha reso Canelli famosa nel mondo.
Un evento particolarmente catastrofico avvenne la notte del 5 novembre 1994, quando la città fu investita da un'alluvione causata dalla violentissima piena del torrente Belbo che devastò gran parte della città, mettendo in ginocchio l'economia e causando anche alcune vittime.
Lascio l'auto apparentemente lontano dal centro di Canelli, ma il borgo, benché densamente abitato, è facilmente percorribile a piedi. Trovo parcheggio nei pressi della stazione ferroviaria, una linea ferroviaria Alessandria-Cavallermaggiore attiva dalla metà del XIX secolo. La stazione era servita da treni regionali svolti da Trenitalia fino al 17 giugno 2012, giorno in cui la linea è stata sospesa al traffico per decisione della Regione Piemonte e sostituito da autocorse. Fortunatamente dal 2018 la linea ferroviaria, benché limitatamente è stata riattivata, almeno per i treni turistici.
Proprio su Corso Libertà si affaccia lo storico stabilimento Gancia. Questa è una delle più importanti case vitivinicole italiane rinomata in tutto il mondo nella specializzazione dei vini spumante.
Il nome lo si deve al fondatore Carlo Gancia, nato nel 1829 a Narzole, in Provincia di Cuneo. Fin da piccolo, Carlo resta affascinato da come le sapienti mani del padre riescano a trasformare i grappoli d'uva in vino, tanto da farne una passione. Nel 1845, appena quindicenne si trasferisce a Torino per studiare e poi frequentare Università nelle facoltà di chimica e farmacia. A soli 18 anni, Carlo Gancia diventa dapprima socio, poi direttore della antica caffetteria-liquoreria torinese la Dettoni e C. sita in Piazza Castello, sperimentando e brevettando una nuova ricetta per il vermouth, basata sull'utilizzo di uve moscato come base per ammorbidire l'infuso, ottenendo fin da subito vasto successo. Dal 1849 si trasferisce in Francia a Reims, patria del vino spumante champagne, dove entra, come operaio, alla rinomata ditta di vini Piper-Heidsieck e vi rimane qualche anno. Qui diventa esperto nella vinificazione, e apprende il metodo champenoise per la spumantizzazione. Importerà in Italia ciò che ha appreso semplificandone la procedura che assumerà il nome di "metodo classico". Nel 1850 Carlo Gancia tornato in Piemonte, con il fratello Edoardo, a Chivasso inizia la sperimentazione della spumantizzazione col metodo champenoise. Ben presto la cantina di Chivasso diventa una vera e propria fabbrica che, nel 1851, si chiamerà semplicemente Fratelli Gancia. Ma la produzione con il cosiddetto "metodo classico" avverrà soltanto nel 1855, quando Carlo Gancia presenterà il suo primo "Spumante italiano" togliendo gli sciroppi richiesti dalla lavorazione francese.
Sempre a lui si deve l'intuizione dell'interruzione della fermentazione con ripetuta filtrazione del mosto. Nel 1865, l'azienda è spostata del neonato "Spumante italiano" da Chivasso a Canelli, dove viene eretta la storica sede di Corso Libertà. Lo spumante sarà ulteriormente perfezionato grazie all'enologo Giovanni Gallese. Lo Spumante italiano sarà esportato in tutta Europa, tanto da ricevere un diploma all'Esposizione Universale di Vienna del 1873 e un premio a quella di Parigi nel 1878. L'azienda acquista sempre più affermazione tanto che, all'azienda si aggiungono altri soci e, nel 1880, si costituirà l'azienda "Fratelli Gancia & C".
Sempre in corso Italia c'è il salone di un'altra grande e famosa azienda, la Riccadonna. Questa nasce nel 1921 a Canelli, dall'iniziativa di Ottavio Riccadonna, per produrre vini e vermouth piemontesi D.O.C. Nel 2003 la Riccadonna entra a far parte del Gruppo Campari.
La cittadina continua essere sede di storiche case vinicole, non solo l'Asti-spumante ma di molti altri prestigiosi vini piemontesi.
Percorrendo corso Italia mi sovviene un passaggio del bel libro di Cesare Pavese, La luna e i falò: "un'altra cosa che sentii ... fu che a Canelli c'era una carrozza che usciva ogni tanto con sopra tre donne, anche quattro, e queste donne facevano una passeggiata per le strade, andavano fino alla stazione, a Sant'Anna, su e giù per lo stradone, e prendevano la bibita in diversi posti tutto questo per farsi vedere, …" si perché a Canelli "I caffè di Canelli non sono osterie, non si beve vino ma bibite" continua il noto scrittore.
Superato il ponte sul torrente Belbo mi ritrovo in una grande e spaziosa piazza intitolata a Carlo Gancia, questa piazza è circondata da moderni palazzi e istituti bancari, segno di floridità della cittadina.
La cittadina è divisa in due zone: la parte adagiata sul fondovalle in riva al torrente è denominata il Borgo e la zona che s'inerpica sulla collina, sovrastata dal castello è detta Villanuova.
Punto di partenza per la mia visita è la Piazza Carlo Gancia, con i sui moderni edifici, un breve viale alberato conduce in Piazza Camillo Benso conte di Cavour. Percorso un breve tratto di via XX Settembre arrivo in Piazza Amedeo d'Aosta da cui si dipartono piccole caratteristiche vie.
In via XX Settembre rimane traccia, anche se poca cosa, di Palazzo Scarampi, poi Palazzo Osasco.
Questo palazzo, benché molto modificato, mantiene qualche elemento interessante: in particolare il vasto locale del pianterreno che oggi ospita alcuni negozi.
Sulla piazza Amedeo d'Aosta, si affaccia l'antica casa comunale, oggi palazzo Scarazzini. Già nel Medioevo vi sorgeva un edificio al cui pianterreno era ospitato il Tribunale, mentre al primo piano il Consiglio Comunale. L'antico palazzo fu distrutto nel 1617 assieme al Castello; ricostruito tra il 1625 e il 1627 con la sua caratteristica facciata del 1814, fu in seguito ceduta a privati e pesantemente trasformata; sempre sulla Piazza, si può intravedere ciò che rimane di Palazzo Asinari.
Poco distante dalla Piazza, in via Giovan Battista Giuliani, esiste ancora la casa natale del famoso Abate. L'Abate Giuliani, vi nacque nel 1818, fu letterato e cultore di Dante, membro accademico della Crusca, insegnò a Genova Eloquenza Sacra e a Firenze Filosofia Morale e quella Dantesca. Morì l'11 gennaio 1884.
Proseguendo, si può ammirare la cantina Contratto che fu fondata da Giuseppe Contratto nel 1867. Anche questa cantina ha una storia lunga e prestigiosa, il nome di Contratto è stato per lungo tempo sinonimo di prestigio nel mondo dei vini frizzanti. Nella sua lunga storia, la Contratto è passata dal produrre Moscato e vini Fermi, agli Spumanti Metodo Classico e Vermouth. L'edificio che ospita l'importante azienda è un elegante palazzo in stile Liberty con un incantevole giardino.
E cosa dire delle vicina cantina di Casa Bosca?. Un azienda vitivinicola fondata nel 1831 da Pietro Bosca, ormai conosciuta in tutto il mondo.
Ma piccoli e grandi produttori trovano ospitalità all'Enoteca regionale del vino di Canelli e dell'Astesana, posta proprio nei pressi dei due grandi produttori, in un bel palazzo in stile neoclassico dedicato a Giovan Battista Giuliani. Questo palazzo edificato nel 1870 come sede di uffici pubblici, fu utilizzato per lungo tempo come edificio scolastico. Accanto al più rinomato Spumante Metodo Classico, all'Asti Spumante e al Moscato nell'Enoteca troviamo anche il Loazzolo, Cortese dell'Alto Monferrato, Piemonte Chardonnay per parlare dei Vini bianchi, mentre per i Vini rossi da padrone la fanno la Barbera d'Asti, Barbera del Monferrato, Dolcetto d'Asti, Grignolino d'Asti, Freisa d'Asti, Brachetto d'Acqui e Ruchè ed alcuni vini aromatizzati, Vermouth e Grappe.
Raggiungo così facilmente Piazza San Tommaso, dove si erge l'omonima chiesa. L'edificio sacro è situata nell'antico "borgo" su una piccola altura. Il primo documento in cui compare la chiesa parrocchiale di San Tommaso è una citazione del 12 novembre 1156. La primitiva chiesa, ormai scomparsa, era orientata in senso opposto all'attuale; aveva dimensioni minori, possedeva un chiostro, la canonica e nei suoi pressi vi era il Cimitero. Molti documenti medioevali, conservati nella chiesa andarono bruciati nel 1636 a causa di un epidemia che fu combattuta anche con l'abbruciamento e la distruzione della casa parrocchiale e quanto in essa contenuto.
Verso la fine del XVII la chiesa fu ricostruita ed assunse la struttura oggi esistente. La facciata fu ancora completamente rifatta alla fine del 1800, cancellando purtroppo un grande e bell'affresco del pittore Vanzino, raffigurante San Tommaso in gloria, dipinto nella prima metà del Settecento. La facciata di chiara impronta barocca è scandita da paraste verticali e marcapiani orizzontali, Il coronamento con timpano curvo la completa armoniosamente. Sopra la porta d'accesso principale, dotato di un bel portale, vi è l'affresco raffigurante San Tommaso patrono, mentre l'affresco dell'Assunta è riposta centralmente nel secondo ordine.
Il suo campanile, posto sul lato sinistro della chiesa, guardando la facciata è un po' inclinato per cedimento del terreno; fu rifatto nel XVII secolo e successive modifiche lo ornarono di cornicioni. Nel 1698 per volere del Comune fu collocato sul suo culmine una banderuola che rappresenta il "cane" stemma di Canelli. Vi accedo attraverso il bel portale Barocco centrale, la chiesa ha tre navate con pilastri cruciformi e capitelli in stucco. La volta ad arco della navata centrale è decorata con medaglioni raffiguranti episodi della vita della Madonna che trovano il culmine della narrazione nella cupola che sovrasta il presbiterio con la scena trionfale della Assunzione di Maria. Al presbiterio si accede attraverso alcuni gradini e una bella balaustra settecentesca in marmo policromo. Anche l'Altare Maggiore è settecentesco e realizzato in marmi policromi in puro stile Barocco.
Il coro è illuminato da finestre monofore con vetrate policrome. Al centro del coro, un affresco ritrae "Incredulità di San Tommaso" realizzato dal Laiolo nel XX secolo. Sempre nel coro vi è una seicentesca pala d'altare sempre raffigurante "Incredulità di San Tommaso", sul lato opposto una tela del primo settecento è dedicata alla "Immacolata Concezione".
La chiesa di San Tommaso conserva diverse pregevoli tele, come quella posta nella cappella a sinistra del Presbiterio dedicata al "Transito di San Giuseppe" di Giacomo Aliberti realizzata tra fine Seicento ed inizio Settecento. Altre tele presenti sono seicentesche e settecentesche, interessante la fonte battesimale ricavata da una splendida "colonna" romana rinvenuta nel XVI secolo.
Tornato sul sagrato della chiesa di San Tommaso, prima di incamminarmi su per la "sternia", voglio dare uno sguardo alla chiesa della Annunziata. Questa chiesa fu voluta dalla Confraternita dell'Annunziata, una delle più importanti e facoltosi sodalizi presenti a Canelli nel XVIII secolo. Alla Confraternita aderivano i commercianti più benestanti del Borgo. La chiesa fu terminata nel 1731 fu edificata su questa piazza, che un tempo ospitava un antico oratorio, sede della Confraternita delle Umiliate, ed una piccola chiesa che già nel XV secolo ospitava la Confraternita dell'Annunziata. Questi edifici furono demoliti e in parte inglobati nella nuova chiesa.
A differenza degli edifici precedenti che avevano ingressi sulla "sternia" la nuova chiesa fu voluta con il fronte su piazza di San Tommaso. La sua facciata è elegante e slanciata, ed è un pregevole esempio di architettura Barocca. La chiesa è suddivisa in due ordini e il timpano, a doppia curva, ne corona armonicamente l'insieme. Il prospetto anteriore ha i lati delle pareti laterali lievemente concave e raccordate. Le paraste presenti nel primo ordine continuano in quello superiore, accentuandone l'elevazione, mentre i marcapiani tra i due ordini e il timpano sono sorretti dai capitelli, di tipo corinzio quello verso il timpano e semplici tra i due ordini.
La chiesa presenta un solo portale ma in stile Barocco, incorniciato da stucchi, sopra di esso un bell'affresco dedicato alla Madonna, mentre al centro nel secondo ordine è visibile una grande finestra con belle decorazione. Sono presenti due nicchie nelle ali laterali concave.
Ci si accede attraverso una scalinata che conduce ad un piccolo terrazzo, molto elevato rispetto il piano della piazza, dovuto al forte dislivello del terreno. La chiesa è chiusa da un cancello posto alla base della scalinata ed attualmente affidata al patriarcato romeno di rito ortodosso. Il Campanile benché sia stato modificato nel tempo, presenta ancora lo stile medioevale con una cuspide ottagonale originale.
Mi affido pertanto a delle letture e fotografie per conoscere il suo interno che risulta essere a pianta di croce latina rovesciata. Conserva o conservava la statua della Madonna Addolorata, un tempo molto venerata dai canellesi tanto che la chiesa stessa è popolarmente identificata come l' "Addolorata". La statua proviene dalla Confraternita di San Giovanni Decollato, ormai scomparsa. Al suo interno vi sono due cappelle laterali, con altari di metà del Settecento e opere in stucco di puro stile Rococò. L'altare di destra è dedicato alla Beata Vergine del Buon Consiglio, quello di sinistra, dedicato a S. Caterina da Siena, era della Compagnia delle Umiliate. L'altare maggiore è settecentesco, anch'esso ricco di stucchi e marmi, ed è forse proveniente dalla soppressa chiesa di San Giovanni Decollato. Nella parete centrale dell'abside, vi dovrebbe essere la pala settecentesca dell'Annunziata.
Inizio così la mia salita su per la "sternia". Questa piccola strada selciata percorre la parte più suggestiva di Canelli, poiché attraversa la parte antica della città. La strada denominata "Sternia" non è altro che via Villanuova. Man mano che salgo lungo l'irta salita, mi pare di entrare in un altro borgo, lontano dal chiassoso strombazzare d'auto della Canelli operosa e industriale.
Altri nomi indicano luoghi particolari di questa strada, che s'inerpica tra palazzi antichi e caratteristiche case: troviamo così al primo tornante il suo nome indicativo dialettale di "Gir dIa Mòla" con accanto "èl Fòrt", indicante un vecchio posto di guardia fortificato. Si prosegue oltrepassando una piccola cappella posta all'esterno di una tornante dalla lunga salita, dedicata a San Giuseppe. Questo piccolo edificio religioso di fine XVII secolo, un tempo indicava il confine di giurisdizione delle due parrocchie; San Tommaso e San Leonardo. Fu sede della Compagnia della buona morte, i cui membri assistevano i moribondi. Un tempo la chiesetta era dotata di una facciata elegante con timpano e paraste, sostituita nel dopoguerra con un prospetto assai moderno.
Come percorro le vie della "Sternia" che salgono al Castello e verso la chiesa di San Leonardo, più mi sento immerso in un angolo di Piemonte di inizio Seicento. Ti attendi che sotto le abitazioni si aprano botteghe di antichi mestieri, e soprattutto osterie e taverne. Dopo un breve tratto si arriva sulla Piazza San Leonardo.
Sulla sinistra si presenta la Chiesa di San Rocco, un gioiello Barocco, con una scala esterna posta su un lato e una bella facciata mossa in mattoni e pietre a vista. All'esterno presenta i tipici caratteri settecenteschi ove la sua facciata concava si eleva elegante ed armonica con le sue modanature e cornici aggettanti. La facciata è divisa in due ordini e tripartiata da leggere lesene, sempre in cotto. Il portale d'accesso è molto semplice e senza particolari decorazione, sopra di esso vi è collocata una nicchia vuota. Nell'ordine superiore vi è un grande oculo leggermente ovoidale. La facciata si conclude con un timpano sempre modanato e semicircolare che corona l'intera facciata.
La chiesa è situata in posizione dominante la Valle del Belbo, da dove si gode una vista spettacolare. L'edificio fu voluto dalla Confraternita dei Disciplinati di San Rocco ed occupa l'area in cui precedentemente pare vi fosse un forno. I lavori per la sua costruzione iniziarono nel 1727 e venne consacrata nel 1740, ma fu spesse volte ampliata. La chiesa è chiusa, ma le sue tele più importanti furono trasferite nella vicina chiesa di San Leonardo. Le guide dicono che l'interno era intensamente decorato ed arricchita da stucchi.
Davanti s'innalza la Parrocchiale di San Leonardo con facciata intonacata e un ampio atrio porticato sostenuto da due colonne. La Facciata è di gusto rinascimentale di tardo XVII secolo, con due paraste che corrono verticalmente per tutta la facciata la tripartiscono e sostengono il timpano. Sopra l'atrio un finto arcone accoglie un finestrone centinato. Il portale è sormontato da un portico che interpreta in modo classico il protiro medioevale. Anticamente la facciata era decorata con le figure allegoriche della Fede e della Carità ormai scomparse. Il suo Interno è a navata unica fiancheggiata da due false navate costituite da Cappelle laterali, ma con volumi sicuramente imponenti e scenografici per l'abside.
Per ogni lato vi sono tre cappelle, la prima da destra è detta dell' "Epifania", o dei "Re Magi", per la bella pala dell'altare dipinta da Giancarlo Aliberti nel 1700. Anche tutti gli affreschi presenti sono attribuite alla scuola dell'Aliberti e rappresentano i "Re Magi al cospetto di Re Erode", "la strage degli Innocenti", "il sogno di S. Giuseppe", "la fuga in Egitto".
La seconda cappella intitola al Sacro Cuore, fu realizzata nel 1689 per volere di Gerolama Cacheramo Scarampi Crivelli, ultima marchesa di Canelli ed era intitolata all'Angelo Custode. Purtroppo la Cappella fu spogliata nell'ultimo dopo guerra, ma rimane l'ancona in stucco seicentesco anche se deturpata da pitture moderne. Solo la volta della cappella è decorata da un bellissimo affresco del Gorzio della seconda metà del Settecento.
La terza Cappella è della Compagnia del Rosario e conserva una pala d'altare con la Madonna del Rosario del 1698, un opera dell'Aliberti. Interessante e pregevole anche il settecentesco altare marmoreo. Nella stessa Cappella, in un armadio a vetri del 1725, è custodita la "macchina" processionale della Madonna del Rosario, realizzata nel 1711, ed è una preziosa opera Barocca. La statua della Madonna è sormontata da un fastoso baldacchino e da quattro angioletti che accompagnano la Sacra Rappresentazione.
Sul lato sinistro la prima cappella, posta vicino all'ingresso, un tempo era dedicata a Sant'Anna è oggi adibita a Battistero. Mentre la seconda Cappella, in origine dedicata a San Giacomo, conserva la pala di San Giacomo, anch'essa opera di G. Aliberti datata 1714. Mentre dalla vicina chiesa di San Rocco proviene la pala "San Rocco tra gli appestati", sempre dell'Aliberti ma sistemata sulla parete sinistra. La terza ed ultima Cappella, quella dedicata alla Compagnia dello Spirito Santo, ha un bell'altare marmoreo del 1774 anche se non in ottimo stato di conservazione. Questa Cappella conserva la pala della "Pentecoste", opera giovanile dell'Aliberti.
Una bella balaustra marmorea settecentesca delimita il Presbiterio. Anche l'altare Maggiore è della meta del XVIII secolo.
La volta del presbiterio, fu affrescata dal Gorzio e dal De Carvalho, un pittore di Lisbona, nel 1766 e rappresenta il Trionfo della Religione sulle quattro parti del mondo. Sono suoi anche i dipinti affrescati alle pareti con storie di Abramo, Isacco e Giacobbe. Invece è del Gorzio la pala della "Madonna, San Leonardo e Clodoveo re dei Franchi" dipinta nel 1757, mentre il coro con i suoi stalli sono stati scolpiti nel 1656.
La volta della navata è un interessante ciclo pittorico dipinta da Carlo Gorzio con aiuto del De Carvahlo e ultimata nel 1768. Dentro esuberanti decorazioni a "rocailles" con ghirlande e fiori, sono messe in evidenza la "gloria di San Leonardo, la Vergine e San Giuseppe". Il rocaille in polemica col Barocco, adotta un tono e uno stile meno aulico e fastoso. Fu più volte saccheggiata da vari eserciti di passaggio, come nel 1696 quando i tedeschi la razziarono della ricca dotazione di argenti, paramenti di gran pregio, sculture, reliquari.
La storia di questa chiesa è molto antica e risale al 1070, quando Gandolfo e Oggero, signori di Canelli, ottennero da San Guido, Vescovo di Acqui che era anche loro parente, l'autorizzazione ad edificare una chiesa nel castello. Questa chiesa fu intitolata a San Michele e fu affidata alla cura dei Benedettini di San Leonardo nel XII sec. Considerato che la chiesa era protetta dalle mura del castello, diventò ben presto la sede principale della Parrocchia che era ubicata in Reg. Aie, in Cascina San Leonardo.
Tra il 1450 ed il 1463, fu cambiata la dedicazione in quella di San Leonardo e venne completamente ricostruita nei presi dell'attuale Canonica e munita di cimitero. Per problemi sia di instabilità del terreno, che per il crescente numero dei fedeli, si edificò una nuova Chiesa su un'area più stabile.
La famiglia Sardi donò il terreno all'interno del recinto murale di Villanuova e il Comune realizzò importanti opere di consolidamento. I lavori per la nuova chiesa iniziati nel 1682, terminarono nel 1694. L'edificio subì, nel XVIII secolo, ancora diverse modifiche di consolidamento e di aggiornamento stilistico ed estetico.
Visitata la chiesa mi dirigo verso il castello. La stradina, sempre più ripida, mi porta poi all'antico accesso del Castello, che dalla cima della collina, con la sua possente mole domina l'abitato di Canelli.
L'antico Castello con le sue fortificazioni, fu in gran parte smantellato nel 1617 per opera degli spagnoli durante la guerra di successione del Monferrato. L'opera di ricostruzione iniziò nel 1626 ripristinando le fortificazioni, ma il Castello fu riedificato a partire del 1676 per volontà degli ultimi marchesi Scarampi Crivelli, anche se in forma di palazzotto.
Nel 1706, estinta la famiglia Scarampi-Crivelli, il complesso venne infeudato ai conti Galleani e nel 1803 fu acquistato dagli Alfieri di Asti. Abolite le signorie feudali, il Castello fu acquistato dal conte Bellini come privato cittadino, passò poi ai Parone e quindi a Gaspare Sardi e poi ancora all'avv. Vincenzo Bertolini, senatore del Regno i cui eredi lo cedettero al Grande Ufficiale Camillo Gancia. Costui, affidò all'architetto Arturo Midana nel 1929 il restauro e la ristrutturazione dell'edificio. Furono aggiunte due ali rendendo più imponente l'edificio, aggiungendo anche lesene angolari e mediane e decorando le finestre del piano rialzato e quelle del primo piano. Significativa fu la creazione del giardino all'italiana. Il Castello Gancia, così restaurato, come una villa signorile, domina tuttora l'abitato dall'alto Canelli rendendolo il simbolo della città.
Sempre in via Villa Nuova fa bella mostra di sé, Casa Prato posta quasi alla sommità del colle, sotto il castello. Appartenne al nobile Gerolamo Prato, podestà di Canelli tra il 1580 ed il 1610. Un edificio semplice, ma ammirato con belle decorazioni, ha conservato intatti gli antichi soffitti. Scendo verso Piazza San Tommaso, accompagnato per un breve tratto da un bel gatto bianco e nero che pare voglia scortarmi lungo l'antica strada; mi anticipa di qualche metro e ogni tanto si ferma ad osservare se lo seguo e attende il mio arrivo, per poi proseguire il percorso.
Giunto in piazza, proseguo per via Garibaldi, fino a giungere in Piazza Gioberti, ove vi è Casa Cornaro. Questa è una bella dimora realizzata in stile Barocco. Presenta uno stupendo portale Barocco, che purtroppo fu parzialmente demolito da un camion in manovra, e non più restaurato. La casa è sfortunatamente in grave stato di avanzato degrado.
Di fronte si trova un edificio, che un tempo doveva essere una piccola chiesa o oratorio, forse era quella dedicata a San Giovanni Decollato, ma nessun cartello o lapide la ricorda. Di certo le fattezze, benché fortemente manomessa, la fanno risalire al primo Settecento e se è lei, in origine era sede della Confraternita dei Battuti Neri.
Dopo una breve passeggiata raggiungo l'Oratorio di San Sebastiano. È una piccola chiesetta con prospetto a capanna, facciata intonacata, tripartina da lesene, una porta centrale con due piccole finestre rettangolari ai lati. Sopra la porta vi è un oculo. Il campanile è in mattone a vista e presenta un bel prospetto su ogni singolo lato. Il suo interno è a navata unica, in ottimo stato di conservazione con una bella tela sull'altare raffigurante il suplizio di San Sebastiano
Ritornato in Piazza Amedeo d'Aosta m'inoltro verso via Roma e proprio all'altezza del Palazzo Municipale fa bella mostra di sé, la facciata dell'antico teatro-cinema Balbocon in stile liberty e il grande altorilievo in stucco dello stemma comunale. Anche il Palazzo Comunale fa bella mostra di sé con la sua bella facciata e il piccolo giardino antistante, dotato di una fontana e di un monumento ai caduti di guerra cannellesi. Vi sono anche due marmi che ricordano il livello delle acque raggiunto nelle due tragiche alluvioni del torrente Belbo del 1948 e del 1994 che devastarono la città.
Poco più avanti, sempre in via Roma, fa ancora bella mostra di sé Palazzo Grasso-Stresia. Edificio fatto costruire nella seconda metà del Seicento da Giovanni Battista Grasso, giudice del Marchesato di Canelli nel 1671, poi podestà di Asti fino al 1685.
Obbligatoriamente la mia visita può proseguire solo in auto. Infatti agevolmente raggiungo dapprima la Chiesa del Sacro Cuore, posta oltre il torrente Belbo lungo la strada che unisce Canelli a Cassinasco. L'edificio vide la sua costruzione tra il 1933 e il 1935 e presenta una facciata semplice e slanciata, caratterizzata da lesene bianche che spiccano sullo sfondo di mattoni che la tripartiscono. La bicromia costituita dai colori bianco-rosso e il suo stile neogotico ne caratterizzano la facciata. Al centro, sopra un ampio pronao, domina un'edicola e la statua di Gesù Cristo benedicente. Il suo interno è a pianta a croce latina suddivisa in tre navate: scandiscono lo spazio otto colonne in marmo rosso di Verona. I capitelli, in verdello, come le basi delle colonne sono a quattro facciate. Tre sono le cappelle laterali delle due navate minori. Sei finestre a trifora stilizzata, illuminano la sala. Un tempo nei pressi dell'edificio religioso vi era un orfanotrofio poi successivamente adibito ad edificio scolastico.
Ora con l'auto inerpico su strette stradine, tra bellissime coltivazioni di vigne e cascinali splendidamente conservati. Le colline del Monferrato sembrano disegnate dai bambini, quanto sono perfette nelle forme e colori, madre natura pare averle dotate di essenze profumate.
Raggiungo così regione Santa Libera dove fa bella mostra di sé, l'omonima chiesetta. Un piccolo ma ben conservato edificio religioso, con facciata a capanna. La Chiesa è interamente intonacata, ad esclusione del piccolo campanile che come un dito alzato pare voglia indicare il paradiso. La facciata ha una semplice porta d'ingresso con sue piccole ma eleganti finestre laterali, due lunette poste sotto il timpano permettono all'unica navata alla luce d'entrarvi. Sul muro esterno dell'abside, sulla pietra è inciso 1870, sicura data di ampliamento della chiesetta.
Devo percorrere un tratto a piedi, tra le vigne, ancora prive dei suoi frutti, ma nel mio scalare la collina mi fanno compagnia una moltitudine di fiori colorati e il richiamo di un fagiano che sarà nascosto tra i piccoli arbusti che caratterizzano il sentiero. Raggiungo così la torre dei Contini. Questa alta torre ottagonale, che si erge solinga tra le vigne, un tempo segnava i confini della città di Canelli. Fu l'ambientazione di un brano di un romanzo di Beppe Fenoglio "Il partigiano Johnny". Dalla torre si gode di un incantevole panorama che per 360 gradi spazia sui vigneti e sugli antichi borghi del Monferrato e delle Langhe, a cui fanno da sfondo da un lato le Alpi e dall'altro l'Appennino ligure.
Tornando sul nastro d'asfalto, dopo essermi riempito gli occhi della sublime bellezza del paesaggio collinare, in auto raggiungo Regione Sant'Antonio, dove si erge la chiesa campestre dedicata al santo. Sulla primitiva chiesa edificata nel XVI secolo fu riedificata dai vignaioli l'attuale grande edificio ad inizio del XIX secolo e poi ancora modificata nel 1906 nelle attuali forme neogotiche. L'edificio a tetto a capanna ed a navata unica è anticipato da un piccolo sagrato-balconata accessibile attraverso alcuni gradini in mattoni. Ancora alcuni gradini anticipano l'unica porta d'accesso alla Chiesa. Sopra la porta, in pure stile neogotico, si aprono due finestre a bifora. Quasi sul culmine del tetto si apre una nicchia in cui Sant'Antonio Abate pare controllare i viandanti e proteggerli.
Mentre ormai abbandono Canelli faccio scorrere nella mia mente i personaggi più illustri che diedero lustro alla cittadina, come Bartolomeo Pelizza, pittore, soldato e gentiluomo, attivo tra il 1590 ed il 1620 di cui poco si conosce dei dati biografici, ma la cui arte pittorica è riconosciuta come valente sul territorio monferrino e langarolo.
Sempre di un altro pittore, Canelli può andare fiera, e si tratta di Giancarlo Aliberti natovi il 13 febbraio 1670 e morto ad Asti il 2 febbraio 1727; un pittore Barocco e Rococò, ma soprattutto noto come decoratore di cappelle ad Asti, Alessandria, Cuneo, Cherasco.
Ormai ho lasciato Canelli, nobile città dei vini, borghese nell'aspetto, padrona della saggezza contadina, soddisfatto di aver conosciuto meglio un altro borgo del mio Piemonte.