Blog di Dante Paolo Ferraris

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Il mio Piemonte: Villadeati

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VilladeatiQuesta mattina la sveglia ha suonato presto, Leo e Calliope, i miei magnifici felini, compagni di vita, al suo trillo hanno iniziato a movimentare la camera. Con gli occhi ancora impiastricciati dal sonno e la mente forse ancora legata ad un sogno che già non ricordo più, inizio una nuova giornata alla scoperta del mio Piemonte. Dopo neanche un ora, il tempo di prendere un caffè nel bar sotto casa e sono in auto. Per raggiungere Villadeati non ci sono autostrade e superstrade ma solo un bel percorso che si snoda tra le dolci colline del basso Monferrato. La stagione calda è ormai avanzata ed il sole gioca con i campanili dei tanti borghi che trovo sulla strada, che slanciati sembrano voler bucare il cielo con i loro guglie acuminate.
La strada che taglia la valle Cerrina, o meglio segue il corso del torrente Stura del Monferrato, mi prospetta in lontananza colle o bricco San Lorenzo dove svetta ormai da decenni l'alta torre della telefonia. Pensare che proprio su questo bricco, un tempo vi era una torre edificata dal longobardi, chissà forse già dai romani visti i ritrovamenti di monete e suppellettili proprio ai suoi piedi. Ove c'era la torre dei Longobardi ora c'è questa colata di cemento e questa alta torre cilindrica che da molto lontana si fa notare. Subito dietro si manifesta, nascosta tra alti alberi, su un altro bricco, il culmine del belvedere di Villa Feltrinelli. Supero il ponte sul torrente Stura del Monferrato e seguo una sinuosa strada, dove affronto i diversi tornanti, mentre ripasso la storia di questo ameno luogo.
Nel X secolo il borgo di Villadeati era chiamato Corte de Scataldeis; il nome attuale deriva dai successivi feudatari, i Deati. Il borgo entrò a far parte del sistema difensivo del marchese del Monferrato, con due castelli eretti in posizione strategica. Quello controllato dai Visconti di Valenza fu distrutto da Amedeo di Savoia nel 1290, alleato con gli astigiani contro Guglielmo di Monferrato. Sulle sue rovine fu edificato un nuovo castello, affidato ai Deati di Asti. Questo castello fu poi occupato nel 1541 dalle truppe del maresciallo francese Carlo Cossè de Brissac e poi espugnato da don Fernante, nell'ambito delle lotte tra francesi e spagnoli. Sempre questo castello, venne nuovamente distrutto nel 1630 ad opera di Carlo I di Monferrato e del duca di Mantova. I suoi ruderi furono in seguito concesse ai Del Prato, dai quali passò agli Arrigoni di Mantova, per poi essere vendute al giureconsulto Giacinto Magrelli. Costui, vi fece costruire l'edificio chiamato ancora oggi Belvedere. La Villa posta in posizione panoramica fu edificata nel tardo Settecento sui ruderi l'antico castello di Villadeati. Il progetto, raccontano autorevoli testi, è da attribuire a Ottavio Magnocavalli, famoso architetto casalese, ma il mio amico Angelo Ferro, Sindaco di Villadeati è più propenso ad attribuire il progetto o comunque a un suo determinante contributo a don Tommaso Audisio, parroco del paese. Comunque, la caratteristica dell'edificio è che segue l'andamento della collina, con una serie di diversi ordini di terrazze. Dopo una lunga serie di passaggi di proprietà, il Belvedere fu restaurato negli anni Settanta del XX secolo da Gian Giacomo Feltrinelli, la di cui famiglia ne è ancora proprietaria.
Lascio auto nella piazzetta antistante l'ufficio postale e mi avvio verso il centro del borgo. Subito mi soffermo al Monumento dedicato alle vittime dell'eccidio nazifascista del 9 ottobre 1944, dove trovarono la morte dieci uomini del borgo ed il parroco, don Ernesto Camurati. L'eccidio fu una rappresaglia perché i partigiani avevano ucciso un soldato tedesco, e ne avevano catturato un altro a Cavagnolo, un borgo poco distante da Villadeati. Il prigioniero era stato condotto a Villadeati, dove i partigiani si erano accampati. Dopo qualche giorno, lunedì 9 ottobre 1944, in una giornata piovosa circa trecento nazisti invasero il paese, al comando del maggiore Mayer. I nazisti entrarono nelle case, sfasciarono tutto, sparando raffiche di mitraglia, radunarono gli uomini strappandoli dalle loro case e stalle. Il maggiore Mayer, scelse 10 sventurati, tra cui don Camurati che aveva appena dato il viatico ad una vecchietta. Nulla valse la richiesta del parroco di prendere solo lui e di lasciare liberi quei poveri ragazzi, alcuni anche padri di famiglia. Il plotone di esecuzione compi l'orrenda strage nonostante l'implorazione della popolazione. Qualcuno crede che ciò sia avvenuto anche a seguito di una delazione.
Dopo essermi soffermato davanti al Monumento e letto il lungo elenco dei caduti, m'avvio verso la bella chiesa di San Remigio. Antica parrocchiale di Villadeati, fu costruita nel XVI secolo su un precedente oratorio e successivamente ristrutturata in stile barocco da don Tommaso Audisio, parroco del borgo. Ora la chiesa di San Remigio è sconsacrata ed è proprietà del Municipio dove allestisce delle bella mostre d'arte ed altri eventi. Al suo interno, un tempo erano conservate, tele cinque-seicentesche attribuite alla scuola del Moncalvo e vi era il sepolcreto dei Deati. Salgo la collinetta dove è posta la chiesa e mi soffermo sul bel sagrato. La facciata della chiesa è elegante, doveva presentare un ricco apparato decorativo in stucchi, con una gran parte di muratura in laterizio a vista che ha preso il posto degli antichi intonaci. L'edificio presenta quattro alte lesene appoggiate su alti piedistalli in muratura, pare sorreggere un frontone curvilineo con nicchia entro cui è collocata una statua di San Remigio, vescovo di Reims. Un esile campanile s'innalza sul lato destro del presbiterio. La chiesa presenta un grande portone ligneo scolpito a rilievo. Vi accedo e trovo una chiesa a pianta centrale a croce greca, con due ampie cappelle laterali e presbiterio terminante con abside poligonale. Nelle quali sono solo parzialmente conservati cornici e stucchi decorativi. Non sono più presenti gli altari e le tele. Lasciata l'ex chiesa, mentre salgo verso il borgo medioevale, incontro il Angelo Ferro e con lui proseguirò parzialmente la mia visita. Ci ritroviamo subito davanti a Palazzo Labar, un settecentesco edificio in muratura che fu dapprima dimora della Contessa Rossi di Miroglio. Assume l'attuale denominazione, mi racconta il Sindaco, da quando ospita le opere dell'artista messinese e monferrino d'adozione, Pietro Labarbiera, ma che preferisce essere chiamato Labar. Oltre alle opere dell'artista, vi sono esposte anche un originale collezione di torchi da incisione ottocenteschi, macchine da da stampa: calcografia, xilografia, litografia da pietra. Una scritta sull'edificio, che si sta scolorendo ricorda che ospitò anche l'albergo caffè dell'Unione. Questo è un palazzo risalente alla metà del XVIII secolo e si racconta che un tempo vi fosse un collegamento sotterraneo fino al castello. Subito dopo, su un muretto, posto lungo la strada, su cui un tempo vi era un orinatoio, vi sono ancora le scritte lasciate dai partigiani durante la guerra di liberazione; si legge distintamente "W i patrioti" ecc… Sarebbe assai bello che si proteggessero queste scritte ad imperitura memoria delle nuove generazioni. Proseguendo, subito dopo, vi è un crocicchio con la strada che sale alla casa parrocchiale e a villa Feltrinelli; mi racconta Angelo Ferro che ancora oggi gli anziani la chiamato la piazza, ad indicare un luogo che era posto di incontro della popolazione.
È il momento di salire verso la parrocchia, subito all'inizio della rampa, ancora nel XIX secolo in un bell'edificio d'angolo vi era la Pretura. Infatti Villadeati disponeva di una caserma dei Carabinieri, di un piccolo carcere, di un ospedale e dell'ufficio delle Imposte. Raggiungo la chiesa parrocchiale dopo aver costeggiato la canonica. Il borgo è ben tenuto, pulito ed ordinato. Le case ancora abitate presentano ampi giardini fioriti e finestre abbellite da colorite tende e ingentilite da fiori.
Raggiungiamo così il sagrato della chiesa parrocchiale, sosto sia per ammirare il bel panorama sul borgo e sulle circostanti colline monferrine. Mi si racconta, indicandomi i versanti delle colline, che anni addietro erano intensamente coltivate a vitigno, ora boscato, tolto alcun appezzamenti in cui erano presenti anche diversi coltivi a uliveto. La chiesa parrocchiale, è intitolata a Ss. Remigio, Grato e Maria Assunta ed è posta nella parte alta del paese, sotto il cosiddetto castello Belvedere. Fu costruita nel sec. XVI su un precedente oratorio omonimo. Ulteriori rifacimenti sono del sec. XVII, ma i più importanti lavori furono progettati dal parroco don Tommaso Audisio. Anche il Campanile del 1840, fu disegnato dall'Audisio, col motivo prevalentemente barocco e con la sua cuspide a cipolla con cella campanaria rotonda. La facciata della chiesa, invece è neoclassica, presenta sei lesene poste su due ordini. Un frontone triangolare conclude la facciata. Al secondo ordine è ancora visibile un affresco ottocentesco, mal conservato rappresentante l'Assunzione di Maria e Apostoli attorno al sepolcro di Maria. Il portale per l'unico accesso principale, è a sua volta culminante con un timpano triangolare. Questo portale presenta piedritti culminanti con capitelli con foglie d'acanto. Accediamo al suo interno che ha tre navate e diversi ottocenteschi dipinti murali raffiguranti sulla volta del presbiterio il Corpus Domini, nella navata centrale la Chiesa del Trionfo. Invece la Crocifissione è posto sulla parete sinistra, mentre alla parete destra vi è l'Annunciazione con profeti e re biblici.
Angelo mi indica la grande tela rappresentante Cristo confortato dagli angeli nel deserto, realizzata da Orsola Caccia, con aiuto del padre. Molte sono le tele presenti in chiesa, anche di scuola moncalvesca.
L'abside è poligonale a impianto tardo-gotico, della quale restano, in un locale interno accanto al presbiterio, due colonne in parte inglobate nella muratura, con un capitello dalle grandi foglie che Angelo Ferro mi mostra aprendo una piccola porta. Invece l'altare maggiore marmoreo è datato 1887, mentre la balaustrata marmorea è intarsiata in stucco. Un Crocifisso ligneo si innalza posteriormente all'altare. Interessante il coro ligneo della prima metà dell'Ottocento, intagliato con dorature. Numerosi sono i quadri posti dell'abside come un ovale raffigurante l'Assunta.
Verso il fondo delle navatelle sono posti due altari ricchi di stucchi, con belle tele. A lato della cappella del Rosario c'è la tomba di don Tommaso Audisio, parroco dal 1817, nato a Moncalvo, che fu anche architetto di vari interventi in questa chiesa ed anche degli arredi lignei. Operò anche come Architetto nella vicina chiesa della SS. Trinità e di San Remiglio. Invece, presso l'altare di sinistra è sepolto don Ernesto Camurati, parroco di Villadeati, che il 9 ottobre 1944 fu fucilato dai nazisti per rappresaglia con nove altri uomini del paese. Accediamo in sacrestia dove si trovano dei bei notevoli mobili, alcuni cinquecenteschi, reliquiari. In un altro locale è conservato un autoritratto di don Audisio con gli attrezzi del disegno architettonico. Nei diversi locali sono scritte sui muri diverse frase sacre e richiami in latino, ivi compreso sulla scala che discende al corridoio che conduce alla canonica. Angelo mi racconta che è conservato in sacrestia il breviario che don Ernesto Camurati teneva in mano quando fu fucilato e che lo stesso presenta i fori dei proiettili. Mentre esco dalla chiesa mi soffermo a guardare la grande tela che rappresenta il funesto momento dell'eccidio nazista di Villadeati e che fu voluto dalla volontà popolare a memoria di questa tragedia. Raggiungiamo così, la vicina chiesa della SS. Trinità che fu eretta nel 1666 ma che fu ricostruita nel 1821 e ornata nel 1835 da don Tommaso Audisio, come risulta da una scritta presente nella parete di contro-facciata, sopra la bussola. Il piccolo sagrato, come tutte le strade del borgo alto sono in ciottoli di fiume e con lastre di pietra carrabili. La chiesa presenta una semplice ma alta facciata, un semplice portale con un antica porta lignea affiancata da lesene che corrono fino alta trabeazione e che pare sorreggere il frontone triangolare. Sopra il portale una cornice in stucco e muratura doveva contenere un affresco, sopra ad essa una finestra ottagonale. Il campanile a pianta quadrata è in mattoni a vista. Ci accediamo; la chiesa è a navata unica, assi disadorna, priva di qualunque arredo sacro e necessitante importanti ed urgenti opere di restauro. Fa bella mostra di se l'altare maggiore e la balaustra del presbiterio in marmo e stucchi, ormai disadorni e in stato di abbandono. Umidità sui muri e calcinacci sono sparsi sul pavimento ne segnano il degrado. Il Sindaco mi racconta della forte devozione popolare alla chiesa ma che purtroppo l'avanzato stato di abbandono da parte delle autorità competenti ne impediscono qualunque uso. Rimane nell'abside una bella tela ottocentesca, con un importante cornice, il quadro rappresenta la Madonna e la Trinità. Esco dispiaciuto di vedere questa chiesa versare in tali condizioni, nella certezza che Villadeati si meriti maggiori attenzioni da parte delle competenti autorità. Il Municipio in questi anni ha fatto veramente molto per conservare al meglio l'antico borgo. Ci dirigiamo insieme verso la Villa Belvedere.
Questa Villa-castello è veramente immensa e i caseggiati nella parte bassa della Villa è stata venduta a diversi proprietari che ne hanno fatto belle residenze, mentre la Villa padronale con i suoi belvedere impreziositi da ninfei, fontane, statue, padiglioni finemente affrescati e ampi terrazzamenti da cui si può godere un suggestivo panorama sono rimasti alla famiglia Feltrinelli.
Imponenti i portali d'accesso, dove si evince nelle delicate decorazioni la sontuosità della struttura. Con Angelo andiamo a vedere una delle due torri circolari che facevano parte dell'apparato difensivo del vecchio castello ormai scomparso, Sono in pietra, di forma tondeggiante, ormai capitozzate ed integrate all'interno di complessi agricoli o più recenti costruzioni. Per raggiungere una delle torri passiamo in via dell'Asilo, ove insiste un caratteristico edificio settecentesco, sicuramente coevo della Villa-castello. Quest'edifico conserva un bellissimo loggiato con passaggio aereo. Il loggiato è ripartito da sette arcate a tutto sesto con copertura a falde in coppi.
Lasciamo queste antiche Torri e tornando sui nostri passi, superiamo il voltino che collega la chiesa parrocchiale e la casa parrocchiale e ci ritroviamo, dopo una breve salita, davanti al Municipio. Si tratta questo di un bell'edificio su due piani. Al suo interno, la sala consigliare conserva una bella libreria con antichi libri, mentre l'ufficio del Sindaco ha delle belle antiche mappe dove sono evidenziati le diverse località con i loro castelli, chiese ed oratori, compresi quelli scomparsi. Si tratta di una importante documentazione storica di Villadeati. Dalla finestra del Palazzo Municipale posso così osservare ed individuare grazie a questa mappa le diverse borgate e colli che circondano il capoluogo, Tra questi il Bricco San Lorenzo con la sua torre per la telefonia e che come indica il nome un tempo vi era la chiesa o pieve dedicata a San Lorenzo, ora scomparsa. Ma posso anche vedere l'altro bricco, quello di Urbecco o del telegrafo. Un tempo vi era il castello di Durbecco anch'esso scomparso, come ricorda il Niccolini nel suo libro A Zonzo per il Monferrato. Durbecco è già menzionato nel 1152 come Durbetum in un documento dell'imperatore Federico I Hohenstaufen, meglio noto come Federico Barbarossa. Sempre lo stesso Imperatore, in un altro documento nel 1164 lo dona al marchese Guglielmo del Monferrato. A posteriore il termine Durbecco fu alternato a Tribecco. Su questo bricco, era stato posizionato il telegrafo Chappe. Questo impianto, costruito in pietra e mattoni era alto quattro metri ed era un mezzo di comunicazione utilizzato per le lunghe distanze, funzionante tramite segnali e fu inventato dal francese Claude Chappe a fine XVIII secolo ed ampiamente utilizzato da Napoleone Bonaparte. Questo punto telegrafico, faceva parte della linea di collegamento tra Lione e Venezia, dove da colle in colle si trasmettevano i messaggi, qualora il brutto tempo non lo consentisse, dalla postazione alla base dell'impianto sarebbero partiti messaggeri a cavallo. Un altro piccolo castello era posto a Livaretto, entrambi questi castelli scomparsi erano infeudati ai Cerrutti.
Saluto Angelo, ringraziandolo per la sua disponibilità e soprattutto per "l'amore" che mi ha dimostrato verso il suo paese. Raggiungo cosi il bel Monumento posto a imperitura memoria dei villadeatesi caduti delle due guerre mondiali. Lo stesso monumento ricorda altresì il partigiano Carlo Lachello a cui è dedicata la strada che conduce al castello.
Decido di andare per prima a vedere la frazione di Lussello, pertanto prendo l'auto per avviarmici, arrampicandomi su bricco San Lorenzo. Mentre percorro le strette ed irte strade mi viene da domandarmi dove il grande calciatore Stefano Visca, nato a Villadeati 1 febbraio 1903 e difensore della mia squadra del cuore, ossia l'Internazionale, meglio conosciuta come Inter. In realtà Stefano Visca giocò con la maglia della Società sportiva ambrosiana. Infatti occorre ricordare che nel 1928, per venire incontro alle direttive del regime fascista, la società nerazzurra fu costretta a fondersi con l'Unione Sportiva Milanese e cambiare denominazione in Società Sportiva Ambrosiana. Con questa maglia gioco solo 3 partite nel campionato 1928/1929.
Incontro sulla mia strada la piccola cappella dedicata San Bartolomeo. Questa piccola chiesa è ad aula rettangolare con volta a botte. Presenta una facciata semplice realizzata in pietra e con tetto a capanna. L'unica porta d'accesso è anticipata da alcuni gradini; ai suoi lati due piccole finestre quadrate ed un oculo è posto sotto il culmine del tetto. Poche centinaia di metri dopo trovo la piccola chiesa intitolata a San Antonio Abate.
La chiesa già citata nel 1523 ha una fattura semplicissima con il suo. Il suo interno è ad aula rettangolare con volta a botte, mentre in facciata vi è la porta d'ingresso con solo un oculo posto sotto al frontone semicircolare. La stretta è irta strada s'inerpica per il colle San Lorenzo, mi pare di riconoscere i frondosi tigli, robinie, lecci, ma anche ginepri, felci, i fioriti piselli odorosi e la trasparente lunaria. Tornante dopo tornate, raggiungo il culmine del bricco, i boschi lasciano spazio a piccoli prati fioriti dove dominano le margherite insieme alla bocche di leone. Prima di raggiungere Lussello, trovo lungo la mia strada la fontana della Bolghera posta alle pendici del Bricco San Lorenzo. Questa bella fontana è una delle tante fonti che hanno reso Villadeati il paese delle fontane. Le altre fontane sono quella delle " Sette gocce", poi la fontana del "Giro" posta sulla strada che collega Villadeati ad Odalengo Piccolo, poco lontano dalla strada asfaltata c'è la fontana di Brignano, situata in un prato ai margini del bosco. Fonte Nuova Ruei invece è verso Zanco. Il poeta Diego Garoglio (1866 - 1933), nativo di Lussello dedicò anche una poesia alla fontana della Bolghera. Da qui si proseguo fino all'abitato di Lussello e raggiungo subito, a piedi il sagrato della bella chiesa di San Grato.
Lussello, visto dal belvedere della sua chiesa è un piccolo agglomerato di case circondato dal bosco e da prati coltivati. Da questo belvedere posso ammirare lo splendido panorama che mi offre il Monferrato, con i suoi paesi arroccati intorno a castelli e torri e le sue verdeggianti colline. La facciata della chiesa di San Grato è molto semplice, presenta un tetto a capanna con campanile posto all'altezza dell'abside, anch'esso intonacato come tutta la chiesa. Presenta una sola porta d'accesso sulla facciata, sopra la quale vi è una grande finestra rettangolare. Un alto marcapiano eleva il grande frontone. La chiesa di San Grato a Lussello era già citata nel 1577 e fu eretta Parrocchia nel 1650 e soppressa nel 1986. L'attuale chiesa fu costruita nel 1667.
Avevo letto che sulle pareti interne sono dipinte delicate decorazioni floreali con voli di angioletti, opera degli anni cinquanta del sec. XX di Raffaele Panizza e alcune tele anche seicentesche. Riprendendo l'auto e scendendo verso valle trovo la chiesa di San Rocco a Lussello, posto vicino alle vecchie scuole. L'attuale costruzione risale al 1887. Presenta una facciata tripartita da lesene, interamente in pietra e mattoni. Sopra l'unica porta vi è una finestra quadrilobata. Il frontone triangolare poggia su un alto marcapiano che parte essere sorretto dalle lesene. Proseguo il mio viaggio verso Trittango. Questo è un piccolo borgo, tutto distribuito lungo le dorsali delle colline. All'incrocio con la strada che conduce a Cardona c'è la bella chiesa di San Sebastiano, realizzata interamente in mattoni a vista. Questa chiesa presenta una facciata tripartita e una ampia porta centrale, sopra la quale vi è un ampia finestra ovale. Le lesense, sempre in cotto pare sorreggere un ampio frontone nel cui timpano un tempo doveva esserci una scritta. Una cella campanari completa la chiesa a navata unica e pavimento in cotto. Sempre costeggiando filari di viti e ampi campi a prato raggiungo la frazione Fontanina. Trattori sono nei campi ad lavorare ad arare, creando ampi e profondi solchi nella terra. Altri contadini sono tra le vigne a controllare la maturazione dei grappoli d'uva che mi appaiono ben compatti e sodi. Raggiungo così questa piccola frazione composta da cascinali, case coloniche e belle residenze signorili. Un alta e moderna chiesetta mi si prospetta; è posta all'incrocio con la strada che conduce a Zanco. Questa chiesa, dedicata a San Defendente, si presenta un edificio alto, realizzato con mattoni a vista in stile neogotico con alte guglie laterali. L'edificio presenta una grande porta d'accesso e sopra ad esso vi è una finestra rotonda. Tra queste vi è un bel lunettone scolpito. Al posto di un frontone vi è sul culmine della facciata della chiesa una grande cella campanaria. Proseguo per la frazione Vadarengo. In questa campagne si racconta che si svolse una feroce battaglia sostenuta dal Barbarossa. Il toponimo Vadarengo, come della vicina Zanco ci riporta all'origine longobarda e germanica dei luoghi. Questa bella borgata, con i suoi cascinali, residenze signorili conserva la chiesa più antica del comune di Villadeati; infatti risulta già presente negli estimi vercellesi del 1299. La chiesa di San Pietro ha tetto a capanna con ampio frontone, come tutto l'edificio realizzato in pietra e mattoni. Presenta una porta d'accesso con una sola finestra semicircolare posta sopra la porta. Una cornice in mattoni decora la porta d'accesso. Lascio questa bella borgata per raggiungere Zanco. Prima di entrare nell'abitato vi è lo scheletro di una ex cantina sociale, ricordi di quando nella zona era importante la viticoltura. All'ingresso di Zanco, dopo aver superato un ristorante vi è la cappelletta dedicata a Nostra Signora Regina della Pace, un piccolo ma bell'edificio ottimamente conservato. Questa borgata è molto bella e grande, trovo diversa gente a passeggio per la strada. I giardini elle case hanno molti fiori e con i loro colori rallegrano le già belle case. A metà del borgo vi è la chiesetta di San Carlo con il suo piccolo campanile. L'edificio è interamente intonacato e necessita urgenti restauri. La facciata a capanna presenta una sola porta d'accesso con due piccole finestre rotonde ai lati. Proseguo la mia passeggiata tra le belle case, incontro gente cortese che saluto reciprocamente. Le strade sono belle e pulite, tanto quanto la piazza su cui sorge il monumento ai caduti della prima guerra mondiale con il suo lungo nome di vittime, Al monumento fu poi aggiunto una lapide con l'elenco dei zanchesi caduti durante la seconda guerra mondiale. La strada che conduce alla grande chiesa di San Giorgio è una strada senza uscita. Mi avventuro verso la chiesa passando vicino ad antiche e belle case nobiliari con grandi portoni d'accesso sia ai palazzi che ai grandi giardini. La Chiesa di San Giorgio, già presente nel XIV secolo fu riedificata nelle attuali forme nel corso del Settecento. Purtroppo la trovo chiusa e mi limito ad osservare notevole portone ligneo tipicamente barocco.
La facciata, in mattoni a vista è diviso in due ordini. Nel primo vi è il bel portone incorniciato da un portale modanato. Non presenta finestre nel primo ordine ma leggere lesene che decorano il prospetto. Un ampio marcapiano lo suddivide dal secondo ordine che è più corto, ma sempre suddiviso da leggere lesene che sembra sorreggere il frontone semicircolare. Un ampia finestra rettangolare ma con belle modanature ne completa il prospetto. Sul lato destro, prospettante il belvedere, è dipinta sulla chiesa una meridiana. Dal belvedere la vista spazia sul Monferrato astigiano ma riesco a vedere anche Pavo, l'ultima borgata di Villadeati che visiterò. Tornando ai fatti dell'ottobre 1944, proprio A Zanco e Villadeati si tennero riunioni fra clero e partigiani. Infatti mi si racconta che la sera del 4 marzo 1944, in questa chiesa parrocchiale, si tenne un incontro presieduto dal Vescovo Angrisani. Vi parteciparono una decina di parroci monferrini, fra i quali don Ernesto Camurati e rappresentanti del Vescovo di Parma, monsignor Evasio Colli che era originario di Lu Monferrato, dell'arcivescovo torinese Maurilio Fossati, del Vescovo Monsignor Umberto Rossi di Asti oltre ad alcuni esponenti della Democrazia Cristiana. Ciò conferma l'accanimento del nazifascisti contro Don Camurati e gli altri inermi cittadini di Villadeati. Ritornato sui miei passi, mi piacerebbe trovare la casa ove abitava il comunista Innocenzo Boario. Costui era stato eletto consigliere provinciale, in rappresentanza del Monferrato. Fu una delle prime vittime del fascismo, infatti il 24 luglio 1922 un gruppo di fascisti casalesi lo uccise, con fucilate al volto, mentre saliva le scale della propria piccola cantina. Purtroppo non trovo nessuna lapide che ricorda il tragico assassinio politico Ripreso l'auto mi reco a Pavo. Salito sul colle ove si erge questa minuta borgata, composta da poche ma ben conservate case e cascinali, trovo la piccola chiesa di Sant'Andrea. Lo splendore delle multicolore ortensie che decorano la borgata è fantastica. Anche intorno alla chiesa vi sono molti fiori, sopratutto ortensie. Anche la chiesetta è piccola, con aula quadrata ed abside semicircolare. Tutto l'edificio è in mattoni a vista con tetto a capanna tripartito da lesene, presenta un solo accesso, la cui porta è affiancata da due finestre rotonde. Sopra il portone, in una nicchia è posta la statua del santo.
Ed è proprio in questa borgata che concludo la mia visita a Villadeati, quasi soddisfatte le mie curiosità, ho apprezzato un nuovo angolo di Piemonte ma soprattutto ho goduto di splendidi panorami, ho vissuto alcune ore immerso nella storia. Posso rientrare verso casa, sempre più consapevole che il Monferrato è un territorio da vivere.