Blog di Dante Paolo Ferraris

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Il mio Piemonte: Pallanzeno

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PallanzenoArrivo con Stefano a Pallanzeno dopo una mattinata di girovagare per la bassa valle Ossola. Parcheggiato l'auto vicino alla chiesa sostiamo brevemente sotto il viale della Rimembranza e ripercorriamo la storia del borgo. Pallanzeno è posto sulla riva destra del fiume Toce. Il toponimo deriva dal celtico palanz, traducibile come un luogo d'incontro o luogo di mercato. Quindi è facile ipotizzare come in questo luogo avvenissero scambi commerciali e che pertanto abbia una storia antichissima. Abitato dapprima dai Leponzi, l'Ossola passò poi sotto il controllo romano. La storia del villaggio seguirà le vicende di Roma e la sua successiva decadenza. Arrivarono i Goti e poi i Longobardi e il villaggio di Pallanzeno come tutta l'Ossola dipendette dal duca longobardo che risiedeva sull'isola di San Giulio sul lago d'Orta. Dopo il periodo di dominazione franca, tutta l'Ossola diventò feudo del Vescovo di Novara. Iniziò un periodo di conflitti tra gli uomini fedeli al Vescovo, i conti di Castello e di Biandrate. Pallanzeno nel 1307 insorse insieme con altri centri abitati, contro il Vescovo di Novara, Uguccione de Borromei che si era opposto alla costruzione della fortificazione della città di Domodossola. In quell'anno, il nobile Guglielmo di Petrazzano che possedeva beni terrieri a Pallanzeno a Villa e Trontano, con un gruppo di Ossolani attentò alla vita del Vescovo. Il gruppo armato assalì la casa del vicario del Castellano di Mattarella uccidendolo insieme a tre notabili, mentre il vescovo Uguccione si salvò mettendosi in fuga. Il Vescovo reagì lanciando un interdetto su Domo e scomunicò Guglielmo da Petrazzano e i suoi uomini.
Nel 1312 Guglielmo chiese perdono al Vescovo, che per punizione fu condannato alla confisca dei beni e costretto al domicilio coatto. Guglielmo due anni dopo reagì rubando e distruggendo tutti i beni del Vescovo, Il tribunale della Sacra Inquisizione condannò definitivamente in contumacia il Petrazzano. La valle Ossola fu per oltre un secolo territorio di scontri per le continue incursioni dei Vallesani e per le continue lotte tra le fazioni degli Spilorcy e dei Ferrari. Solo l'intervento del duca di Milano, Filippo Maria Visconti riportò la pace nella vallata nel 1426. In questo periodo si edificarono nella vallata torri e casseforti. A Pallanzeno la famiglia dei Cani costruì la propria e pare coniassero anche monete d'oro. Una leggenda vuole che costoro sorpresi dai soldati di Ludovico il Moro, mentre cercavano di scappare con le loro ricchezze, perdessero il loro carico di tesori, caricati su due muli, nelle paludi tra Villa e Pallanzeno. Le invasioni degli Svizzeri e la battaglia di Crevola del 27 aprile 1487 non lasciarono indenne neanche Pallanzeno. Le carestie, le lotte intestine tra francesi, spagnoli e gli Sforza impoverirono ulteriormente il territorio tra la fine del XV secolo e la seconda metà del XVI secolo; fu questo, anche un periodo in cui si sviluppò il brigantaggio. La presenza spagnola in valle Ossola, tra alti e bassi, durò fino agli inizi del XVIII secolo; fu un periodo di gravose condizioni di vita per la popolazione, soprattutto per l'esasperata povertà, carestie, fame, ingenti dazi ed epidemie. Sempre agli inizi del XVIII secolo la presenza degli armati spagnoli fu sostituita da quella austriaca. Con il trattato del 1743 di Warms, re Carlo Emanuele II di Savoia ottenne l'Ossola con tutto l'alto novarese. Con la Grande guerra e la seconda guerra mondiale, anche Pallanzeno annovererà diversi caduti; quelli della prima guerra mondiale sono testimoniati dal viale alberato che ci ospita e dai nomi dei militari uccisi, incisi sulle targhette che li ricordano.
La seconda guerra mondiale vede Pallanzeno emergere nelle cronache per il tragico episodio dell'11 novembre 1943. Infatti, trovarono la morte per fucilazione, dopo essere stati torturati e obbligati a scavare la propria fossa tre partigiani e tre civili. Comina Andrea, 51 anni; Finotto Italo, 20 anni; Preioni Giuseppe, 42 anni, sono i tre civili, mentre Valdrè Albino, 29 anni; Rossi Luigi, 23 anni e Fabbri Redimisto 42 anni erano i partigiani. Le fucilazioni nazifasciste avvennero per rappresaglie in seguito all'insurrezione popolare di Villadossola dell'8-3 novembre 1943. Un altro partigiano, stavolta pallanzenese, che come tanti altri giovani avevano scelto la via della diserzione e della lotta alle truppe nazifasciste recandosi sui monti dell'Ossola, morì in uno scontro a fuoco. Ermelindo del 1925, insieme ai fratelli Dino del 1925, Carlo del 1920 e Gildo 1924, tutti della famiglia Leonardi sono partigiani. Ermelindo muore combattendo contro con le truppe naziste in valle Strona. In testa al viale ci attende un bel monumento ai caduti, opera dello scultore Balzardi.
Cominciamo la visita al borgo dalla chiesa parrocchiale dedicata a San Pietro. La chiesa di Pallanzeno diventò parrocchia nel 1542 quando fu separata da Pieve Vergonte. Della prima Cappella rimane quasi niente, mentre la pianta quadrata della torre campanaria è sicuramente dell'XI secolo. Il campanile, elevato e modificato ripetutamente da chiare forme e richiami romanici. La torre presenta nei piani specchiature con archetti, con piccole bifore con colonnine in pietra e un piano presenta una piccola finestra a feritoia. Ampie sono le finestrature della cella campanaria. La chiesa ha una pianta a croce latina a una navata; l'ingresso è anticipato da un ampio portico. L'interno della chiesa presenta decorazioni in stile barocco.
Iniziamo così il nostro vagare per il borgo, per prima cosa andiamo a vedere l'oratorio di Sant'Anna, posto sulla strada per il Sempione, a pochi passi dalla chiesa parrocchiale. Questa è una chiesetta semplice con il tetto a capanna e un piccolo campanile. La porta lignea d'ingresso è abbellita da una cornice in pietra. Ai lati della porta vi sono due finestre rettangolari, sopra alla porta vi è un'ampia finestra a serliana con cornice in pietra. La chiesetta è ben conservata ed è a navata unica. Vicino, sulle pareti di una casa, una lapide marmorea ricorda il centenario delle suore figlie di Maria Ausiliatrice.
Arriviamo in via Torre dove ci sono i resti dell'antica torre, eretta dalla famiglia dei Cani. Dell'antica torre a pianta rettangolare rimane la parte inferiore, formata da grossi blocchi di pietra in cui è annessa una delle residenze più antiche di Pallanzeno. Per raggiungere la torre siamo passati vicino a una colonna votiva in pietra sormontata da una croce di ferro, posta all'incrocio di lacune strade; questa colonna è ciò che rimane dell'antico cimitero del borgo. Sempre in via Torre, vicino alla casa dei Morandini, vi è una cappella, un tempo proprietà della famiglia stessa. La cappella oggi intonacata, aveva un tempo la facciata affrescata con immagini sacre.
Proseguiamo la nostra passeggiata tra antiche case in pietra con i tetti in beola, moderne villette con giardini e prato inglese. Facciamo una breve sosta per guardare bene l'edificio e l'impianto della centrale idroelettrica, intitolata all'ingegner Giacomo Colombo. La costruzione della centrale iniziò nel 1920 per lo sfruttamento delle acque provenienti dalla valle Antrona attraverso una galleria scavata nella roccia, lunga 13 km. Mentre camminiamo tra le strette vie, mi sovviene la storia dei Dottor Cavalier Carlo Morandini, alla cui famiglia era appartenuta la cappella di via della Torre. Costui nacque nel 1852, svolse la sua professione di medico per altri quarant'anni nel Comune di Piedimulera. È ricordato da tutti come il medico dei poveri, perché si rifiutava di essere pagato dalle famiglie indigenti.
Passati davanti al moderno palazzo municipale, proseguiamo la nostra strada su via Casella fino a superare il ponte sull'omonimo rio. Questo corso d'acqua ha un grande alveo, benché oggi l'acqua sia poco più che un rigagnolo, nel periodo delle piogge deve raccogliere acque assai copiose e tumultuose. Da lontano vediamo la sagoma della cappella del Gabbio, voluta dalla famiglia Silvetti. La cappella, che domina il paese da una posizione privilegiata, possiede sulla facciata un piccolo porticato, sorretto da due colonne in pietra. La cappella dedicata a Santa Maria del Gabbio fu edificata tra il XVII-XVIII secolo a segno di protezione della famiglia Silvetti da calamità e disgrazie.
Mentre raggiungiamo Palazzo Silvetti, racconto a Stefano la leggenda degli gnomi del Rio Casella. Quando la sera, nelle stagioni fredde la gente amava ritrovarsi a chiacchierare, magari lavorando, seduti nelle stalle; una sera, nelle stalle mancava "ul Giusepp" l'anziano del paese, quando costui vi irruppe trafelato, raccontando di aver visto nascosto dietro la "caula", ossia un particolare attrezzo per trasportare la legna sulla schiena, un omino piccolo. L'uomo fu deriso, solo un altro anziano lo difese, asserendo che sicuramente aveva visto uno degli gnomi del Rio Casella, creature che non amavano essere disturbate. Nei giorni successivi, queste apparizioni s'intensificarono, alcuni raccontavano che queste piccole creature avevano rubato una scure e di averli visti gettarla nel riale. Gli uomini radunatisi, iniziarono a risalire il rio, fino a raggiungere il fitto bosco, dove gli gnomi apparvero loro. Con la voce adirata gli gnomi dissero agli uomini che quel bosco era la loro casa e che con il taglio degli alberi stavano distruggendo le loro case. Minacciarono gli uomini dicendogli che se non avessero smesso gli avrebbero distrutto il paese; ma gli uomini scacciarono gli gnomi con bastonate e sassate. Arrivò l'inverno e il rio, che era di solito calmo, si riempi di acque violente e turbolente, trascinando con sé massi e tronchi e distruggendo tutto ciò che incontrava. Solo una processione, guidata dal parroco, supplicando la Madonna e tutti i Santi fecero finire tale disastro.
Raggiungiamo così palazzo Silvietti, residenza estiva della famiglia genovese. Un grande complesso costruito in più riprese e che oggi ospita diverse abitazioni. Si racconta che nel palazzo fu ospitato Giuseppe Mazzini, mentre fuggiva in Svizzera. Io complesso comprende anche l'oratorio, dedicato a San Giuseppe, a cui si accede tramite una doppia scaletta. La sua facciata è in stile barocco, sopra la porta, incorniciata da una bella modanatura, vi è un'elegante finestra, anch'essa incorniciata a profilo a stucco. Il complesso sembra ben conservato, vi nacque tra l'altro Gian Pietro Silvietti che fu prevosto a Villadossola dal 1740 al 1784. Costui laureato in teologia fondò a Villadossola la prima scuola popolare. La famiglia Silvietti, diede a Pallanzeno altri illustri cittadini, come Giuseppe Luigi Silvietti, nato nel 1730, entrato nella compagnia del Gesù a Milano, insegnò filosofia al Collegio di Brera, soprattutto si distinse per le traduzioni dal francese delle opere del naturalista Buffon, aiutato anche dal fratello Michele, nato nel 1746, anche lui traduttore e naturalista.
Via Casella al suo termine, confluisce con via Trogo e con via Colloria, formando un piccolo piazzetta. Da questo slargo si può ammirare "ul cunvent", come chiamano i pallanzesi palazzo Falciani. In effetti palazzo Felciani sembra davvero un convento. L'edificio è noto anche come palazzo Buratti, perché ne furono i proprietari dalla meta del XIX secolo. L'edificio già esistente nel XVII-XVIII secolo, si distingue per la sua austerità, per il suo triplice colonnato in pietra scolpito che corre per buona parte del fabbricato nei suoi tre piani e per suo esile campanile a vela. Cerchiamo di fare un giro intorno a Palazzo Falciani; passando anche attraverso una stretta mulattiera per arrivare sul lato sinistro del cortile interno, su cui si affaccia su un piccolo sagrato l'oratorio privato, voluto dalla stessa famiglia Falciani. L'oratorio che non versa in ottime condizioni è dedicato all'"Immacolata Concetta senza peccato". E se la bella facciata barocca è in queste condizioni, non voglio immaginare il suo interno. Rientrando verso la chiesa parrocchiale, in piazza troviamo la Cappella del Corpus Domini, un'antica cappelletta votiva che ha subito un pesante restauro.
Nelle case attorno alla chiesa parrocchiale, dove troviamo un'anziana signora seduta su una sedia di legno impagliato che ci racconta che per i pallanzanesi, questa zona di povere, piccole e semplici case la chiamava "cachètt'd'la gésa". Le loro piccole "lobbie" in legno (balconi) sono ingentilite da fiori e la grigia pietra è talvolta accompagnata da pareti intonacate e dipinte con colori a pastello. Entrati in confidenza con la signora, le chiediamo se si ricorda antiche storie e leggende della montagna. Ci racconta allora che quando era bambina la mamma e la nonna le raccontava che sulla montagna, ma anche nel paese, ci fossero molte "strie", ossia streghe e che queste oltre a fare molti malefici, come portare bisticci tra i fidanzati facevano ammalare le persone. Racconta che un tempo nella chiesa c'era la confraternita del Santissimo Sacramento che con la loro tunica azzurra gli uomini e il fazzoletto turchino sulla testa le donne, accompagnavano il prete nelle processioni ma anche a impartire il viatico ai moribondi. Prima di lasciare la gentile vecchina, cui molte domande vorrei fare, ci narra ancora che se di notte si sentiva cantare la civetta vicino a una casa, questo era di mal auspicio e annunciava la morte di un membro di quella famiglia, ma se l'uva vicina a casa era matura, allora non c'era problema perché la civetta era ubriaca. Lasciamo così Pallanzeno, questo piccolo borgo, carico di storie e di piccoli tesori.