Blog di Dante Paolo Ferraris

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Il mio Piemonte: Vinadio

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VinadioMi rendo conto che quest'anno il lavoro è stato molto stressante e che ho bisogno di staccare con il mondo, devo rifugiarmi in quale luogo a me sconosciuto e darmi alla sua scoperta. Decido di scappare dalla routine quotidiana e di rifugiarmi nella Valle Stura di Demonte sulle Alpi Marittime, lungo il fiume Stura. La mia scelta cade su Vinadio che mi promette belle passeggiate e molte scoperte.
Il viaggio anche se lungo è piacevole, sia per la musica che ascolto sull'autoradio sia per gli splendidi panorami che trovo appena imbocco la valle Stura. Ho prenotato una stanza in uno chalet, la cui direzione è nel bar del paese. Il parcheggio è centrale, comodo e gratuito e questo è importante per me e chi non si fissa programmi a lungo termine. Sono arrivato comodamente con la strada statale 221 del colle della Maddalena. Intorno alla piazza vi sono tutti i servizi necessari per un breve soggiorno. Dopo aver ricevuto la chiave della stanza, acquistato una guida della vallata vado a depositare i bagagli nella stanza. È piccola ma linda, carina e la finestra con il balcone si affaccia sul borgo e rimango subito impressionato dalle imponenti mure del suo forte che circondano quasi tutti l'abitato.
Pronto alla prima uscita, mi dirigo subito a visitare il centro storico con la chiesa parrocchiale, ma prima di accedervi voglio fare un breve ripasso della sua storia, il posto migliore è farlo dal balcone in legno che volge verso il paese. Il borgo è già citato in documenti del 1197 come territorio del marchese del Monferrato per poi passare nel 1240 al Marchesi di Saluzzo e subito dopo agli Angiò venendo così unito ai territori della Provenza. Ed è in questo periodo che Vinadio si dota di propri Statuti. Nel 1388, dopo un secolo di scontri tra gli Angioini e i Visconti, Vinadio giurò fedeltà ai Savoia. In quegli anni doveva esistere in Vinadio un castello a difesa del borgo e dell'Alta Valle, lo dimostrerebbe un atto sempre del 1388 in cui il conte Amedeo VII di Savoia, detto il conte rosso, obbliga a ristrutturare e curare il castello di Vinadio. Questo castello, venne distrutto ed oggi non vi è ne più traccia, nel 1542 fu demolito dai francesi per ragioni strategiche. Infatti, anche Vinadio, come tutta la valle Stura subì le scorrerie di diverse truppe straniere francesi e spagnole nel XVI secolo. Anche per tutto il XVII secolo Vinadio vide l'alternarsi di truppe occupanti e di transito, francesi e piemontesi prima di tutto. Fu il re Carlo Alberto che decise nel 1847 di fortificare Vinadio a difesa dagli attacchi francesi. Il forte sorse su un progetto del 1834 in conseguenza all'abbandono del seicentesco forte di Demonte, che comunque fu modificato in una complesso a linea fortificata.
M'avvio per queste strade pulite e ben conservate, con il selciato realizzato in autobloccanti e in lastre di pietra. La parte più antica del paese si sviluppa lungo Via Vittorio Emanuele e le vie collaterali come via Nazario Sauro, via del Forte ecc. Su questo asse viario fanno bella mostra di se graziose case ed eleganti negozi e il borgo conserva ancora numerose testimonianze dell'architettura medioevale. Vi sono costruzioni rurali addossate l'una all'altra o intervallate da archi in pietra e chintane o rittane. Il palazzo che ospita il Comune ha una facciata intonacata e sulla sua facciata oltre al tricolore e alla bandiera dell'unione europeo vi è affissa una lapide che ricorda i militari vinadiesi caduti in guerra. Sotto la grondaia e la scritta Municipio vi dovrebbe trovare luogo lo stemma della comunità ma è purtroppo mal conservato. Dovrebbe essere rappresentato un grappolo d'uva con la scritta "sicut vitis abudans". Infatti il toponimo di Vinadio dovrebbe derivare dal nome occitano Vinai che potrebbe essere la contrazione di “Vin aigre - vino aspro”, interessanti anche i pareri di coloro che il termine Vinadio affermano che potrebbe essere derivato dall'antica popolazione dei Galli Veneni che abitavano la valle. Nel mio girovagare trovo molte fontane e lavatoi, ma anche edicole votive con affreschi, soprattutto dedicati a Sant'Anna. Raggiungo così la chiesa parrocchiale di San Fiorenzo. La prima costruzione risale al 1321 e dell'antica struttura romanica rimane solo l'alto campanile ornato da bifore e archetti pensili. Questo campanile è alto 5 piani ed è interamente pietra, fu utilizzato anche come torre civica. La chiesa subì invece diverse ristrutturazioni e fu ricostruita nel XVII secolo con tre navate. Nel 1833 rischiò di essere abbattuta per fare spazio alle fortificazioni. Solo l'intervento diretto di re Carlo Alberto, come lo ricorda una lapide collocata sul pilastro di fronte alla statua di San Fiorenzo la salvò dalla distruzione. La facciata in pietra è anticipata da un protiro, forse cinquecentesco, formato da due colonne ottagonali che sorreggono una volta a crociera. Anche il portale in stile gotico è molto bello, realizzato in pietra scura e chiara con piedritti a colonnina con capitelli a fogliami che sorreggono l'architrave in pietra nera e una lunetta a sesto acuto. Nella lunetta è inserita una formella con l'Agnus Dei. La facciata è con tetti a spiovente e grazie al protiro appare tripartita. Ai lati del protiro vi sono finestre quadri lobate e sopra questo vi sono tre finestre per illuminare la navata centrale. L'interno a tre navate custodisce diversi begli altari lignei cinquecenteschi e seicenteschi con interessanti tavole di artisti locali come l'altare della Madonna e Sant'Anna, quello di San Giuseppe con la tea dedicata a Santa Lucia e santa Caterina, oppure anche quello della Madonna del Rosario con le statue lignee di San Domenico e Santa Caterina. Certamente gli altari lignei sono dei veri capolavori d'intaglio dei minusieri. Prima di uscire mi soffermo un attimo davanti alla statua lignea di San Fiorenzo ed è proprio ai monaci benedettini già presenti in vallata nel VII secolo d.C. che vuole la tradizione popolare fosse stata fondata questa chiesa. Sul fianco della chiesa, ove un tempo forse era edificato il castello è rimasta la “Pietra della Berlina”, situata ai piedi del campanile romanico. Questa masso ricorda la punizione medievale riservata a coloro che violavano la legge: il condannato veniva lavato con numerose secchiate di acqua gelida versate sul capo, sospeso ad una fune e lasciato ricadere con le natiche nude sulla pietra stessa. Un tempo a Vinadio vi erano diversi Oratori e cappelle di diverse confraternite, per lo più demolite per far spazio alle fortificazioni. Si è salvato solo l'Oratorio del Santo Nome di Gesù che fu sconsacrato intorno al 1970 per trasformarlo in salone parrocchiale. Un tempo questa Confraternita si occupava dei pellegrini e delle persone bisognose. Ormai la serata è tarda e sono interessato ad assaggiare un piatto tipico, la cui pasta ho visto in una gastronomia locale. Mi ritrovo così seduto al tavolo per gustare i crousét, pasta tipica dell'alta Valle Stura, rigorosamente fatta a mano, si caratterizza per la sua forma concava come un orecchietta ricca di pieghe. Li ho gustati in salsa grigia o meglio in “bagna grisa” fatta con burro, cipolla, latte e avanzi di formaggi stagionato con una spruzzatina di pepe nero macinato fresco.
La mattinata è frescolina ma il sole presto la scalderà. Dopo un abbondante colazione e preso alcuni appunti sul mio tour giornaliero. Il primo borgo che trovo sulla mia strada è Pratolungo, una bel paesino posto all'inizio del vallone di Sant'Anna. Anche questa borgata conserva una cappella cinquecentesca dedicata a Sant'Anna . Questo edificio è stretta tra le belle case ingentilite da vasi di gerani fioriti. L'edificio ha la facciata intonaca e presenta 3 finestre, due poste ai lati della porta d'accesso e una sopra di essa. Anche l'interno è ben conservato e frequentato, infatti vi trovo una coppia di anziani intenti a pregare. Immancabile la fontana con due grandi vasche in pietra. Anche la scuola elementare posta all'ingresso del paese è realizzata in pietra su due piani ed è ben conservata.
Proseguo per la strada panoramica che sale anche con forti dislivelli e numerosi tornanti lungo il vallone di Sant'Anna. Il paesaggio è meraviglioso e posso ammirare i 2612 metri del monte le Steliere e a punta Maladecia a 2745 metri. Dopo l'incrocio con la strada che volge al colle della Lombarda, giungo dopo diversi tornanti ma godendo di una panorama fantastico al Santuario di Sant'Anna di Vinadio. Questo Santuario credo sia il più alto di Europa, a 2020 metri di altezza ed è posto su una balconata coronato dalle cime più affascinanti delle Alpi Marittime. Il Santuario era in origine una delle tante chiese-rifugio edificate tra l'XI e il XII secolo in prossimità dei paesi alpini per assistere i viandanti ed inizialmente la chiesa fu dedicata a Santa Maria di Brasca. Si trattava di una piccola cappella affiancata da modesti locali per l'ospitalità dei viandanti e pellegrini gestita da eremiti che si dedicavano al servizio dei viandanti. Nel XV secolo giunge in Piemonte il culto della Madre della Vergine e si diffonde la leggenda della apparizione di Sant'Anna su questi monti. La leggenda narra che Sant'Anna apparve alla giovane pastorella Anna Bagnis per indicarle il luogo dove costruirlo. Il luogo divenne luogo di assidui pellegrinaggi. Con la trasformazione della chiesa in santuario si rese necessario la presenza di un custode stabile detto “Randiere”. I suoi compiti erano somministrare viveri ai viandanti e pellegrini e curarne l'alloggiamento, curare la manutenzione degli edifici e della strada, suonare la campana all'Ave Maria ed in caso di brutto tempo per orientare i viandanti, ovviamente abitando presso il santuario tutto l'anno. Un documento del 1443 per la prima volta attesta il nuovo titolo della chiesa in “Sant'Anna”. Nel 1619 dalla cattedrale di Apt in Francia, viene donata una reliquia di Sant'Anna che vorrà collocata nel 1722 dentro un braccio d'argento, ancora oggi esposto in chiesa. Una nuova chiesa viene edificata tra il 1680-81. Questa secentesca chiesa venne costruita leggermente più a valle dell'antica cappella. La fama crescente del santuario vide la costruzione di nuovi locali per i viandanti, come le stalle, i fienili ed un camerone fino alla metà del 1700. Agli inizi del 1800, iniziarono i lavori di costruzione dei portici di fronte alla chiesa, terminati nel 1822, con la realizzazione dell'anello al coperto per le processioni. Il tutto comunque fu bruscamente interrotta per alcuni anni con la rivoluzione francese, periodo in cui anche la chiesa fu saccheggiata. Trattandosi di un luogo di confine, il luogo vide la presenza di militari che vi edificarono delle caserme. Finite le guerre, gli edifici militari furono sono riadattati ad ostelli e colonie.
Parcheggiato l'auto, trovo moltissime persone che sono giunte a piedi da Pratolungo con una camminata lunga almeno 4 ore ed addirittura dalle Terme di Valdieri.
Prima di accedere al Santuario, faccio un giro tra le antiche costruzioni militari riadattate a colonie estive come Casa San Giochino e alla casa del Randiere, il rifugio/ostello di San Giuseppe e la vecchia caserma della Guardia di Finanza. Raggiungo così, inerpicandomi per un tratto di un sentiero il luogo dell'apparizione dove sorge oggi una statua commemorativa. Si tratta di una statua raffigurante Sant'Anna con Maria bambina e della pastorella inginocchiata in preghiera. Altresì vado a vedere un cumulo di rocce collocato a poca distanza dal santuario, è un monumento alla pace. Sul masso di maggiori dimensioni una targa marmorea recita “ In memoria di quanti hanno sofferto su questi monti a causa degli eventi bellici. - perché non ci siano più guerre “ ivi collocata nel 1995. Tutt'intorno sono agganciati reperti militari come gavette, bossoli, ramponi , racchette da neve ecc… Scendo da questa irto sentiero, tra bei fiori di Genziana e grandi Margherite, Camenèrio, Achillea, per poter andar a visitare i santuario. Nel grande piazzale, ove molte persone sostano ad ammirare lo splendido panorama che questa giornata dona, trovo collocato sul lungo porticato che corre dalla facciata del santuario a un ala dell'edificio che vi corre parallelo, creando una sorta di cortile, una lapide che ricorda la permanenza dal 15 al 20 agosto 1883 il re Umberto I.
Il tetto della chiesa è a capanna con forti spioventi e con la facciata rivestita in pietra. Presenta una sola porta d'accesso e due finestre poste ai lati, sopra al portico in posizione centrale vi è una finestra a bifora con colonnine sovrastate da un arco in cui è inserito un orologio. Entro nella chiesa che è a tre navate, con pavimento ligneo in salita perché posto sul pendio della roccia sottostante.
La navata centrale si prolunga nel presbiterio chiuso da grandi cancellate, recanti in alto lo stemma di Vinadio. Molto bella la statua ottocentesca di sant'Anna con Maria e il braccio-reliquiario secentesco della Santa posto sotto una teca. L'altare maggiore in marmo ha sopra un bel quadro seicentesco di Sant'Anna e la Madonna che sorreggono il Bambino Gesù poste nella parte centrale della tela mentre in otto riquadri minori sono dipinte altrettante scene della “storia“ della Santa secondo le descrizioni di antichi testi cristiani. I due altari laterali sono dedicati a san Gioachino e alla Madonna della Neve. Le pareti sono adornate da numerosissimi ex-voto che testimoniano la gratitudine di generazioni di pellegrini ma anche di fiocchi azzurri e rosa propri della devozione a Sant'Anna protettrice delle madri e del parto. A Sant'Anna è attribuito un miracolo accaduto il 24 agosto 1664 quando un violento incendio minaccio l'abitato di Vinadio; gli abitanti implorarono la Santa ed una copiosa pioggia spense gli incendi. Passo all'adiacente negozio di souvenir e poi nel vicino locale di ristorazione per fare una breve pausa prima di scendere nuovamente verso valle. Oggi mi accontento di uno spuntino veloce, ho un programma molto intenso da svolgere oggi. Dopo un riposino, scendo in auto verso valle e mi soffermo a vedere una cappelletta realizzata come voto della guerra 1915-1918 con l'insolita dedica posta sul fronte “pellegrino qui il tuo primo e ultimo saluto alla celeste nonnina” e su un fianco di essa una lapide ricorda un evento nefasto che coinvolse una pattuglia di sciatori militari del 339 batteria da 75, comandata dal capitano Imberti che fu travolta nel 1941 da una valanga, fortunatamente come recita la lapide “ … fisico – volontà - fiducia e fede tutti salvo”. Ma anche per vedere e fare un pilone chaperet: infatti la tradizione locale vuole che ogni pellegrino eriga un “ometto” di chap ossia di ciotoli da qui chaperet. l'omino deve essere realizzato con tante pietre quante le visite al santuario, quale augurio e per un prossimo ritorno. Sceso verso il torrente Stura mi dirigo verso l'abitato di Roviera dove vi è lo stabilimento di imbottigliamento di un importante acqua minerale. La piccola borgata ha diverse belle case, con strade in selciato. Si sente scorrere con veemenza le acque tumultuose delle condotte d'acqua. Nel borgo sono presente diverse fontane e la cappella intitolata a San Lorenzo che risale ai primi del Seicento. In facciata vi è posta una statua in bronzo del santo e una lapide dedicata agli otto residenti caduti o dispersi in Grecia e Russia. In questo borgo nacquero Battista e Paolo Antonio Ugo alla fine dell'Ottocento, rispettivamente nel 1876 e nel 1887, da genitori umili e operosi che doveva crescere sette figli. Battista e Paolo erano due giganti, infatti Battista era alto 265 centimetri e pesava oltre 200 chili, Paolo era più basso di poco. I due fratelli contribuivano al sostentamento della famiglia lavorando come contadini, pastori e taglialegna ecc.. Battista fu mandato dal padre oltre le Alpi, in Francia, per lavorare come boscaiolo a Barcellonette. Lì venne notato dal proprietario di un circo itinerante che gli propose di unirsi allo spettacolo viaggiante. Battista accettò. Il suo nome e le sue origini furono francesizzati: diventò Baptiste Hugo. Ebbe così iniziò la sua vita di fenomeno da baraccone in giro per la Francia. Alcuni suoi famigliari, fieri di questo parente diventato famoso che compariva in tutti i manifesti e cartoline, aprirono una Trattoria del Gigante sul territorio di Vinadio. Nel 1905 Paolo decise di unirsi a Battista nella vita circense e i due fratelli, ribattezzati Géants des Alpes, Giganti delle Alpi, furoreggiarono in tutta Europa. Il 15 febbraio 1914, Paolo morì a soli 26 anni dopo una breve malattia. A 38 anni Battista, con un nuovo contratto in tasca, andò in America per entrare a far parte del Circo Barnum&Bailey di New York, tra i più celebri al mondo. Battista fu costretto a indossare costumi alla Tarzan, che lo facevano sentire troppo ridicolo, in più fu preso dalla nostalgia dalla sua terra e dai suoi affetti. Morì il 23 aprile 1916 a Manhattan: “Muore gigante del circo: soffriva di nostalgia di casa”. Questa frase fu pubblicata sul New York Times del 24 aprile 1916.
Rientro verso Vinadio per visitare il forte albertino; questa è una delle più grandi fortificazioni del Piemonte, l'unica a racchiudere un intero paese al suo interno. I lavori di realizzazione iniziarono nell'estate del 1834 e durarono 13 anni e occupando migliaia di lavoratori provenienti da tutto il nord Italia, soprattutto scalpellini biellesi e bergamaschi. Non ebbe mai il battesimo del fuoco, se non uno scontro nel 1943 quando furono contrapposti i partigiani che vi avevano trovato riparo e i nazi-fascisti. Il 18 settembre 1862 un gruppo di 400 garibaldini arrestati nella “Battaglia di Aspromonte” fu trasferito sotto scorta militare a Vinadio però la loro prigionia all'interno del forte durò 24 giorni. La fortezza si sviluppa in 1200 metri in lunghezza con gallerie distribuite su tre piani dalla pare più elevata del borgo detta Rocca del Fortino fino al fondovalle, sulla rive del fiume Stura di Demonte. Rimango impressionato per lo spessore delle mura di oltre un metro e mezzo e per un'altezza massima di 18 metri. Percorro le lunghe gallerie ove sono state realizzate oltreché un percorso museale anche una bella esposizione di prodotti locali. Apprendo così di una vicenda che può dichiararsi una vero giallo di spionaggio. La storia inizia con la scoperta negli archivi militari militari di Chàteau de Vincennes di un plico di fotografie scattate a fine Ottocento forse da un ufficiale del forte. Da qui il giallo su come sono arrivate le foto ai francesi, una vera spy story d'altri tempi. All'interno del forte è ospitata una installazione estemporanea il “Circle” di Richard Long. Si tratta di un cerchio del diametro di 11 metri fatto di pietre bianche, massi sbozzati di marmo che esposto alle stagioni del tempo rappresenta l'eternità e la perfezione dal deterioramento del mondo umano.
Richard Long è un esponente storico del movimento internazionale «Land Art», un artista viaggiatore, che percorre terre e culture in giro per il mondo, disseminando il suo paesaggio con le sue opere. Nei suoi pressi vi è il Rivellino che è la parte più esposta del Forte verso la Francia, è una struttura con pianta ad “L”. Esco un attimo dal forte dalla Porta di Francia che presenta un aspetto imponente e sotto la quale si sviluppava tutto il traffico in direzione del Colle della Maddalena. Il grande ponte antistante era in origine in legno e in parte levatoio controllabile dal Rivellino.
Proprio sulla porta d'accesso del forte, sul ciglio della strada che collega l'Italia con la Francia, vi sono due figure imponenti e scenografiche installazioni di color rosa e verde che pare presidino l'abitato di Vinadio. Sono opere d'arte contemporanea in acciaio e fibra di vetro dell'artista scozzese David Mach, sono i GIANTS, allusioni alle figure storiche dei Giganti Ugo di Vinadio. Continuo a percorrere nella sua lunghezza il fortilizio, fino a giungere alla Caserma Carlo Alberto, ubicata proprio al centro del Forte e che si sviluppa a pianta quadrangolare. Il braccio più corto della caserma, di fronte all'ingresso che mi si presentava conserva la Chiesa al centro che non vi fu mai officiata messa e fu trasformata in magazzino telegrafico. Il forte è veramente impressionante in dimensioni e in strumenti difensivi su tutta la sua lunghezza. Il lato più meridionale del Forte è costituito dal Fronte Stura; all'interno del suo cortile è stata recentemente realizzata struttura polivalente, utile alle manifestazioni estive è adibita a pista di pattinaggio su ghiaccio.
Nella parte più bassa che costeggia le mura, il Comune di Vinadio ha realizzato un lago artificiale di balneazione frequentato nei mesi estivi da migliaia di turisti ed alimentato dalle acque sorgive del Vallone di Neraissa. Nei suoi pressi oltre ad un ampio parcheggio è servito da zone pic-nic, bar ristoro e docce.
Mi sdraio sul prato lungo le sponde del lago, proprio davanti a un installazione collocata in acqua. Si tratta di un'imponente scultura in bronzo in equilibrio e rappresenta la porzione di un guscio d'uovo. S'intitola “Untitled – Renaissance” di Emmanuele De Ruvo. Questa è l'opera vincitrice dell'Ottavo Premio Internazionale di Scultura Umberto Mastroianni della Regione Piemonte. Risalgo verso il paese e con maggior attenzione osservo il susseguirsi di magazzini, feritoie, postazioni da obici di cui è dotata il fortilizio. Ma questo massiccio Forte Albertino possiede a sua ulteriore difesa dei forti minori che ne integravano la difesa verso la Francia. Queste strutture sono i Forti Piroat, Sarziera, Sources e Neghino.
La serata si conclude in una trattoria con la tovaglia di carta a quadri bianca e rossa, un quartino di vino Nebbiolo e un buon piatto di Agnello sambucano al forno.
Il mio ultimo giorno lo dedico alla visita di altre località del comune di Vinadio; il sole è già alto e anche questa giornata si presenta fantastica. Mi inoltro innanzitutto lungo la strada del vallone della Neraissa. Trovo così oltre il torrente, in uno spiazzo verdeggiante con molti fiori e colorate farfalle il santuario della Madonna del Vallone. Questo spiazzo è anche adibito a sacrario delle vittime delle guerre con un bel monumento alle “penne mozze della valle stura”, ossia gli alpini caduti. La chiesa con tetto a capanna ha fattezze molto semplice e fu costruita nel 1763 dove prima sorgeva un'altra cappella distrutta da una copiosa nevicata. Proseguo in auto per un tratto di strada fino a raggiungere Podio Sottano dove si gode uno splendido paesaggio su Vinadio e la vallata. In questa località è ancora possibili riconoscere costruzioni con muri in pietra e tetti in paglia, tipiche della zona.
Rientro sulla strada statale della Maddalena e superata una cappelletta in stile gotico ove è affrescata Sant'Anna con la madonna e i bimbo in braccio mi dirigo verso Planche. Questa frazione posto lungo il corso del torrente Stura, il borgo è attraversato da un ponte in legno. Da un lato del ponte vi è una lapide murata su una casa, ricorda la sosta nel settembre del 1876 del re Vittorio Emanuele II. Nella borgata, con belle case in pietra, dove scorrazzano allegramente i bambini, lontano dai pericoli delle auto che corrono sulla vicina strada statale, un gattone bianco e nero pare attendermi sul portone della seicentesca cappelletta intitolata ai Santissimi Piero e Paolo. Sulla facciata intonacata è presente una lapide che ricorda i caduti della seconda guerra mondiale. Un fatto di sangue ricorda questa piccolo edificio religioso, quando nel 1744 durante l'invasione dell'esercito franco-spagnolo furono uccisi 10 persone condannate a morte. L'allora parroco ottenne il permesso di seppellirli all'interno della cappella nei pressi del campanile. Dopo questa sosta m'inerpico per il vallone dei Bagni, su una stretta gola folta di castagni. Raggiungo così la frazione Bagni di Vinadio con il suo impianto termale. Le Terme ricostruite verso la metà del XVIII sec., sfruttano le acque di 8 sorgenti solforose con temperature da 30 a 62° per l'alimentazione delle piscine interna e esterna. Le acque vengono usate nella cura delle affezioni delle vie respiratorie, malattie della pelle, reumatiche o artritiche sia sotto forma di bagni, che fanghi. Una lapide ricorda il soggiorno di Cavour nel 1834. Purtroppo sono chiuse per restauri e perdo così la possibilità di una giornata di relax totale tra bagni, fanghi e massaggi. Decido allora di visitare il borgo di Bagni di Vinadio e di fare una passeggiata in montagna, considerata la bella giornata. Il borgo è pressoché tutto una casa di villeggiatura, antiche case ristrutturate e nuove villette si susseguono, senza stonature architettoniche tra loro, tutto dominato dal bianco campanile della chiesa dedicata a San Giovanni Battista. L'attuale chiesa fu edificata nella metà del Settecento, dopo che una precedente chiesa del XVI secolo edificata lungo il corso del torrente che la distrusse dopo un alluvione. L'attuale edificio, posto in posizione più elevata presenta una facciata intonacata, tripartita da leggere lesene che lo tripartiscono. Sopra il portale in marmo domina un affresco con San Giovanni Battista e un fregio in altorilievo con simbologia che mi riporta alla mente quelli massonici. Sulla facciata, una lapide ricorda i caduti delle due guerre mondiali. Il suo interno, a croce latina è molto spazioso e riccamente decorato. Dopo una bella passeggiata per il borgo, dove ho avuto modo di incontrare diversi villeggianti e diverse persone di varie età che facevano trekking, con l'auto risalgo il vallone di Bagni, fino a giungere a Callieri che sorge a 1455 m slm, dopo aver svoltato all'altezza di una cappelletta e superato il ponte sul torrente Corborant. Anche qui le case sono in pietra, con tetti un tempo in legna paglia, oggi sostituiti da tetti in lamiera. Raggiungo a piedi la cappella dedicata alla Madonna delle Neve dalla cui semplice facciata pende una campanella. Sulla facciata è altresì apposta una formella con la Madonna con il bambino. Un tempo in questa amena località vi era una fonderia per l'Argento, avendovi trovato nei suoi pressi un filone di galena argentifera. Rientro sui miei passi e volgo l'attenzione verso San Bernolfo, ove intendo fare una passeggiata e pranzare.
La strada per San Bernolfo e sempre più in salita e lo spettacolo dei monti con i verdi boschi alternati d verdeggianti radure non ha eguali. Incontro poca gente in auto e molta a piedi che segue sia sentieri che la strada principale. Giunto nei pressi della borgata, lascio l'auto e mi godo una passeggiata sui sentieri tra boschi e prati fioriti. Sono tutti ben segnalati e in ottimo stato di manutenzione. Ogni tanto mi soffermo ad ammirare un fiore o una farfalla, magari cercando di fotografarla, o semplicemente ad ascoltare il ruzzolare dell'acqua che corre nel torrente creando gonfi spumoni biancastri. L'ora è tarda e la mia attenzione è rivolta al borgo in cui trovo antichi edifici con basamento in muro di pietrame e pareti a Blockbau, ossia a tronchi sovrapposti ed incastrati negli angoli. Un tempo anche queste costruzioni avevano il tetto ricoperto in paglia di segale, ora sostituito da lamiere. Il borgo sembra incollato alla scoscesa montagna, le stradine di collegamento tra le case sono in nuda pietra o in erba, anche ove vi sono i gradini sono realizzati in pietra sbozzata. È una borgata incredibile ed affascinante. Un tempo vi era anche una scuola elementare pluriclasse e un mulino azionato dalle acque del torrente Corborant. Visito la piccola Cappella di San Lorenzo, già attestata nel 1770, dalla semplice facciata, con tetto a capanna e cella campanaria sul culmine del tetto in facciata. Presenta piccole e quadrate finestre in facciata mentre l'interno ha un pavimento realizzato in legno e una volte a botte. Ha un modesto ma bell'altare ligneo con una tela, bisognosa di restauri. Credo che rappresenti San Bernolfo martire insieme a San Lorenzo in venerazione della madonna con il bambino. San Bernolfo ha in mano un piatto con una testa mozzata del Battista. Infatti alcuni scritti collocano san Bernolfo quale vescovo della diocesi di Asti nel IX-X secolo, che fu martirizzato, secondo la tradizione nel corso di una delle scorrerie saracene avvenute nel Piemonte sud occidentale.
Dopo aver girovagato tra le case del borgo, tutte ben recuperate e raggiungo Rifugio Dahu de Sabarnui, dove sono accolto e servito di tutto punto nella mia tavola che è rivolta verso lo splendido panorama delle montagne che mi circondano. La camminata mi ha in effetti stancato ed accentuato il languorino; non mi resta che lasciarmi consigliare dai giovani camerieri. Sul tavolo prontamente arriva un tagliere di affettati di cervo e formaggi di montagna, gnocchi di castagne, polenta di grano saraceno con salciccia e la torta Dahu. Il tutto lo innaffio con una buona e fresca birra rossa artigianale. Colgo l'occasione per farmi spiegare cos'è il Dahu che mi raccontano sia un l'animale, un cervide leggendario che ha le zampe asimmetriche, ossia più corte quelle a monte per maggiore stabilità mentre corre sulle rocce. Purtroppo è tardi, devo rientrare verso Vinadio e iniziare a preparare i bagagli per il mio rientro a casa. Ma prima voglio sostare e sedermi sulla Big Bench Dahu di San Bernolfo dai colori rosso e il bianco come nello stemma del comune di Vinadio. L'ultimo ricordo che porto con me di questa bella esperienza in valle Stura è la mandria di mucche che più volte ho incontrato sui tornati mentre scendevo da San Bernolfo, condotta da giovani margari con i loro cani che con destrezza conservavano la mandria insieme. Sono i suoni dei loro campanacci che mi hanno accompagnato per tutto il resto del viaggio.